L’immigrazione è stato certamente uno dei cavalli principali della Lega Nord nell’ultima campagna elettorale. Una tematica che ha sicuramente portato a una crescita forte del consenso, ma trattata sempre in maniera banale e senza offrire alcuna via d’uscita. Al di là di slogan e hashtag semplici da utilizzare, vi è una complessità del problema che chi governa non può sottovalutare. Facile quindi parlare di ruspe e respingimenti, specie da parte di chi non dovrà poi rendere conto di quanto dice, non governando, ma qual è la situazione che Salvini&Co. vorrebbero risolvere con le ruspe?

La Libia, oggi è un paese in preda all’anarchia, con due pseudo-governi nemici tra loro – e riconosciuti da stati diversi della comunità internazionale -, nonché 17 tribù armate presenti da sempre, ma mai considerate dalla diplomazia, nonché l’Isis che avanza. E’ stata lasciata completamente a se stessa nel dopo Gheddafi ed è imbarazzante che Unione Europea e Usa non sappiano che pesci pigliare dopo aver contribuito a sconvolgere ogni equilibrio, per quanto costruito sulla forza, in un Paese di rilevante valore geopolitico e ricchissimo di materie prime.

Se la politica internazionale può assomigliare ad una partita a scacchi, dove ogni mossa deve prevedere almeno le prossime tre, abbiamo un giocatore in panchina, l’unico mediatore internazionale riconosciuto e anzi richiesto dalle tribù libiche, che dovremo tirar fuori. È italiano, si chiama Prodi, che nel gioco arabo degli scacchi si sa muovere e conosce alla perfezione la mossa del cavallo. Federica Mogherini e Romano Prodi, ciascuno nel suo ruolo, potrebbero essere l’Italia che risolve i problemi del Mediterraneo e, quindi, i nostri.

O si parte da questo assunto, essendo noi il Paese più coinvolto e danneggiato dalla crisi libica o dovremo assistere sempre più preoccupati agli arrivi in massa e alle esternazioni becere dei Maroni e Zaia di turno, pronti a sfruttare le paure più ancestrali come lupi che ululano alla luna.

Condivido in pieno le parole di Matteo Renzi che ha accusato la Ue di non fare ancora abbastanza, nonostante questo governo sia il primo ad aver posto il problema a Bruxelles costringendo Commissione e Parlamento a parlarne e a fare i primi passi. Ancor di più condivido l’accusa a Roberto Maroni che si ritrova nel ruolo tragicomico di minaccioso presidente di regione e di ex ministro corresponsabile del disastro e delle quote regionali. Poi ci sono i sindaci, vere prime linee del Paese, come Gori a Bergamo, minacciati dal vedersi tagliare i fondi regionali per il solo fatto di accollarsi l’onere di una corretta gestione dell’emergenza profughi. Improponibile l’affermazione di Maroni non solo perché passibile di denuncia, ma perché rovescia il buon senso comune che vede le più meritevoli e responsabili tra le istituzioni oggetto persino di discrimine dichiarata. Un abuso? No una vera oscenità politica e giuridica, tanto più se nasce dalle colpe del Maroni-ministro.

C’è però una differenza tra il primo Maroni e quello attuale: il ministro Maroni era uno dei leader della Lega, il Governatore Maroni è stato invece accantonato e persino criticato dal Salvini-padrone, per cui ora prova a tornare in posizione diventando più realista del Re, più salviniano dello stesso Salvini. Sicuramente la soluzione del problema delle migrazioni non è nell’usarle per la propria personale carriera politica, cavalcando pericolose tigri del malcontento.

C’è soprattutto un abisso tra la complessità della situazione internazionale, che chiede ai governi una diplomazia complicata e in punta di fioretto, e l’assurdo ululare senza soluzioni offerte dalle opposizioni in Italia, che non vanno oltre le ruspe e l’affondamento di barconi carichi di disperati. Sono le soluzioni offerte da chi sa che non dovrà mai rendere conto delle proprie dichiarazioni, preoccupato solo di trovare una poltrona in qualche Regione o città, ma senza una visione di presente e di futuro. Poltiglia politica più che classe politica.

E’ un lusso che chi governa non può permettersi, perché chi governa deve assumersi la responsabilità di risolvere davvero il problema, suddividendo l’onere come si sta facendo tra mille difficoltà. Obbligatorio rimanere uniti come paese nel frattempo, per essere credibili sui tavoli internazionali, ma qui i “pedoni” sono decisamente troppi e non gli si può chiedere una statura che non c’è.