Dopo un mese di trattative al ministero dello Sviluppo economico, la situazione è peggiore rispetto a quella di partenza. Gli esuberi che il gruppo statunitense Whirlpool prevede in Italia sono infatti saliti dai 1.350 annunciati in aprile a 2.060, su 6.740 dipendenti totali. Ad annunciarlo sono state le sigle sindacali all’uscita dall’incontro di mercoledì in via Veneto, definendo “inaccettabile” e “irresponsabile” la proposta messa sul piatto dalla multinazionale. Il governo a sua volta ha bollato come “inqualificabile” il piano, che “taglia di un terzo la forza lavoro del gruppo in Italia”.

Secondo il ministro Federica Guidi la riduzione “non può compensare gli aspetti positivi previsti pur presenti nel progetto, come gli investimenti da mezzo miliardo di euro e il trasferimento di alcune linee di produzione del gruppo attualmente all’estero”. Guidi ha espresso “delusione” e “preoccupazione” per il tempo perso nell’ultimo mese di discussioni con l’azienda. Il sottosegretario al Lavoro Teresa Bellanova ha parlato di “una dinamica del confronto che punta all’esasperazione“, affermando che il governo non accetterà una tattica che punti a dividere i vari stabilimenti del gruppo in Italia. Per altro l’azienda sarebbe disponibile a congelare gli esuberi fino al 2018 solo a patto di poter contare fino ad allora sugli ammortizzatori sociali.

“Hanno fatto una grave retromarcia nella direzione opposta a quella che serve ad arrivare ad un accordo”, ha commentato il leader della Fim Marco Bentivogli. “Non c’è nessun piano per Carinaro (Caserta) e gli esuberi aumentano da 1.350 a 2.060 tagliando così il 30% dei dipendenti. E questi dati insistono su un quadro che vede ad oggi la chiusura di Carinaro, None e Albacina, la sede di Milano”, mentre “ci aspettavamo la conferma di una missione produttiva per Carinaro e una prospettiva industriale per None”. Il gruppo statunitense che nel 2014 ha acquisito le fabbriche Indesit, dunque, per la Fim non solo ha chiuso “tutti gli spiragli che si erano aperti la scorsa settimana”, ma ha delineato “un totale vuoto di prospettive certe. Ora il governo risponda chiaro e forte o lo scontro sarà inevitabile”.

Il piano presentato mercoledì, ha dettagliato poi Gianluca Ficco della Uilm, prevede “1.430 esuberi nelle fabbriche, 150 nella ricerca e sviluppo e 480 nell’amministrazione”. Da questi numeri ”andrebbero però detratti i 280 incrementi occupazionali che sono programmati a Cassinetta (Varese)”. Dei 480 nuovi esuberi annunciati negli uffici amministrativi 200 sono a Varese, 200 a Fabriano, 80 a Milano. Inoltre “Whirlpool sta valutando di accorpare i siti di Comerio (Varese) e di Milano in un’unica sede ancora da individuare in Lombardia”. Venerdì 22 è già in programma uno sciopero generale del settore industria a Caserta, ma la Uilm Campania auspica anche una manifestazione nazionale a supporto della vertenza. Il segretario generale della Fiom Maurizio Landini ha anticipato: “A questo punto siamo per proporre alle altre organizzazioni una grande mobilitazione di tutto il gruppo e di andare negli stabilimenti a discutere con i lavoratori”.

Il ministro Guidi, che insieme a Bellanova ha presieduto l’incontro, ha ribadito la disponibilità a riconvocare le parti “anche immediatamente” ma soltanto dopo che l’azienda avrà presentato nuove proposte “credibili e tangibili” che diano certezze ai lavoratori del gruppo e che rispondano all’esigenza di preservare gli aspetti occupazionali del piano Whirlpool originario. Quello che nel 2014 il premier Matteo Renzi aveva definito “operazione fantastica” rivendicando di aver “parlato personalmente con gli americani a Palazzo Chigi”.”Continuiamo a pensare che gli accordi fatti all’epoca di Indesit vanno mantenuti e quindi chiediamo a Whirlpool di ripresentare il proprio piano industriale”, ha detto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. “La trattativa si complica se arrivano affermazioni o proposte che non sono coerenti con gli accordi che erano stati presi all’epoca. Noi siamo fermi a questa posizione, difendiamo la condizione che riteniamo necessaria di un giusto equilibrio tra il bisogno di riorganizzazione dell’azienda e dall’altra parte la tenuta del lavoro”.