“Ma il paese è in festa e saluta i soldati tornati
mentre mandrie di nuvole pigre dormono sul campanile
ed ognuno ritorna alla vita come i fiori dei prati
come il vento di aprile”

Francesco Guccini nella splendida canzone ‘Quel giorno d’Aprile‘ riesce ad evocare perfettamente il clima della Liberazione dove ognuno ritorna alla vita come i fiori dei prati. Ritornare alla vita come fiori dei prati, significa riprendersi il diritto alla natura violata dalla devastazione della guerra. Perché anche il paesaggio subisce tutte le conseguenze peggiori provocate da lunghi e assurdi conflitti.

E allora, nei momenti più brutti, si ricorda ‘quella casa di campagna’ che tante emozioni aveva dato negli anni della gioventù. Così avrà pensato Piero Calamandrei mentre scriveva il suo Inventario da poco ristampato dalle Edizioni di Storia e Letteratura.
Il mirabile libro ancora oggi riesce a dare al lettore le stesse sensazioni provate dall’autore, il quale, con semplicità e con una straordinaria capacità, è riuscito a trasmettere non solo la bellezza dell’osservazione della natura, ma anche quella di uno stato d’animo che combatte con la bellezza i pensieri malinconici connessi alla bruttezza della distruzione.

diario-calamandreiLa nipote Silvia, nella premessa all’Inventario, ci porta a conoscenza dell’operazione di ‘distanziamento’ che Piero Calamandrei riesce a compiere “dilatando quei momenti di sospensione dalla storia che qua e là affiorano nel Diario, per fuoriuscire in una dimensione quasi onirica, entrando in un altro ordine mentale”, praticamente un’operazione terapeutica che lo stesso Piero annota nel suo Diario, nel 1940, con pagine memorabili, ricordando il “tempo di una serenità cristallina e immacolata: quella sensazione di arresto del flusso del tempo che danno qui al mare, con questo orizzonte azzurro a perdita d’occhio, questi primi languori di settembre. Sui monti si sente qualche fucilata dell’apertura della caccia: guerra? Dov’è la guerra?

In questo senso, la connessione tra Inventario e Diario è piena di rimandi e si significati. Lo stile unico ed inimitabile di Piero Calamandrei ci dona pagine indimenticabili sia nel primo, sia nel secondo caso. Il Diario è pieno di righe intense, annotate con straordinaria precisione con resoconti giornalieri degni di un romanzo. Quel romanzo che offre la vita più dura, quando si prova a raccontare l’esistenza imbruttita dallo scorrere degli eventi laceranti che lasciano il segno con cicatrici nel corpo e nell’anima. Ma anche in questo caso, la nobile penna di Calamandrei riesce a combattere le orrende visioni, facendo entrare aria pulita nell’affollamento dei pensieri per depurarli e renderli belli come inno alla vita libera, grazie al sacrificio di coloro che, come giovani piante, si sono spezzate per salvare prati immensi, prati verdi come la speranza che, alla fine, ha vinto la lotta tra il bene e il male.

Ecco perché a settant’anni dalla Liberazione, è significativo che viene per la prima volta pubblicato, a cura dalle Edizioni di Storia e Letteratura,  in edizione integrale il diario di Piero Calamandrei, in due volumi, scritto tra il 1° aprile 1939 e il 6 febbraio 1945. Il volume, è accompagnato da fotografie inedite dall’album della famiglia Calamandrei.

Se la data d’inizio rispecchia la prima edizione del diario (1982), quella di chiusura viene qui ripristinata nella sua versione originaria, come da manoscritto: la rievocazione intima, finale, della figura paterna sta anche a chiudere i conti con un passato che si voleva intendere alle spalle, e i tre articoli pubblicati su «Il Ponte» nel corso del 1945, e scelti dai curatori di quella prima edizione 1982, vengono ora più fedelmente spostati in appendice al Diario.

Con la stessa intenzione filologica si reintegrano brani rimasti inediti – vittime non senza motivazione, scrive Mario Isnenghi nella sua introduzione, delle “forbici alleggerenti dei primi editori” – e che però contribuiscono a ricostruire il clima di pagine a volte anche umorali, di sfogo, com’è nel carattere delle cronache più sincere.

La morte della patria, la ricerca delle colpe e dei colpevoli, il dialogo mancato o tentato tra le generazioni, la disillusione degli animi: il vento dell’epoca nera del Novecento italiano qui passa anche per la strada del quotidiano, delle vite piccole, delle storie con la “s” minuscola e ci restituisce pagine (“pericolose e segrete”, le definisce Isnenghi) in cui un uomo sgomento, testimone consapevole, dimostra di avere cominciato anzitempo a costruire il futuro del Paese.

Basta ascoltare la voce di Piero Calamadrei per comprendere l’enorme valore di un Diario che arriva con intatta forza sino ai nostri giorni, forza che rimarrà tale se queste sue parole saranno sempre alimentate da azioni concrete non solo connesse al ricordo, ma anche e soprattutto all’attuazione di un pensiero senza confini:

“Ma perché io scrivo tutte queste osservazioni, che, se pervenissero in mano a qualche competente autorità, sarebbero sufficienti a man­darmi almeno al confino? Per due ragioni: primo perché se questo periodo passerà prima che io muoia, e se io vedrò il tempo in cui poter fare la storia sincera di questi anni, tutti i piccoli episodi che registro potranno servire a ricostruire l’atmosfera in cui oggi soffochiamo: se­condo perché, se questo tempo non passerà per qualche mezzo seco­lo, e se noi siamo veramente i superstiti malinconici di una civiltà al tramonto, potrebbe tra qualche secolo questo scartafaccio cadere in mano di qualche studioso di storia e apparire un documento di vita non privo di interesse…E poi e poi: scrivo tanto per protestare, tanto per far sapere a me stesso, rileggendo quello che ho scritto, che c’è almeno uno che non vuol essere complice!”.

Il Diario, sarà presentato oggi a Firenze (e se ne parlerà sempre oggi anche a Linea notte TG3),  è dunque un notevole ‘Inventario’ di umanità, pieno di verità delicatamente annotate, trasformando la memoria individuale in storia del Paese.

Piero Calamandrei è sempre autenticamente onesto, ponendosi di fronte al mondo in una posizione di grande umiltà, lasciando a noi la lezione più bella. Amare anche il più piccolo fiore perché nelle orribili azioni dell’uomo è quel fiore a rappresentare la forza della speranza e della vita.