Una coppia di sposi. Lei con un ingombrante abito bianco. Sorridenti posano davanti a una bidonville del Sudafrica. Dietro di loro la lamiera del “blocco 8”, quello in cui hanno deciso di alloggiare durante la loro luna di miele. Lo chiamano il “turismo della povertà”. La pubblicità del lussuoso hotel sudafricano in questione reciterebbe: “Ci sono inconvenienti nel vedere una vera bidonville. L’odore, il rischio di furti. Ma noi abbiamo ricreato una finta favelas dove vivere da poveri per qualche giorno, ma senza il rischio di stare con i poveri”. Naturalmente, stiamo parlando dell’unica bidonville al mondo con riscaldamento e connessione wi-fi. Questo è solo uno dei recentissimi esempi di turismo etnico. Un fenomeno scioccante ben raccontato da Viviano Domenici – per venticinque anni responsabile delle pagine scientifiche del Corriere della Sera – nel libro “Uomini nelle gabbie”, edito da Il Saggiatore.

Ma per arrivare a parlare del “turismo della povertà” di oggi, Domenici parte dal raccontare il fenomeno degli “zoo umani”, ovvero quando nei palcoscenici di Europa e States erano esposti come animali abitanti di terre lontane. Pigmei, esquimesi, indios o neri con lance alla mano: persone in gabbia per soddisfare la curiosità dei bianchi colonizzatori. Luogo privilegiato per mostrare le proprie conquiste erano proprio le grandi Esposizioni Universali di fine Ottocento “perché i colonizzatori si accorsero quanto gli zoo umani fossero un veicolo straordinario per convincere la popolazione della loro bontà nel conquistare colonie abitate da popoli strani e malvagi”, spiega l’autore.

Coinvolte tutte le grandi potenze. Francia, Germania, Regno Unito, Svizzera e Italia. Senza dimenticare il ruolo degli Stati Uniti. Zoo umani che hanno avuto il loro apice dal 1875 al 1935. Ma chi potrebbe immaginare che, ancora durante l’Expo del 1958, nella moderna Bruxelles almeno 400 congolesi erano rinchiusi in recinti? Negli stessi anni, la Francia non era da meno riservando loro alcune aree dei suoi giardini biologici. Mentre non più di dieci anni fa, nel 2005, “nello zoo di Augusta erano esibite cinque coppie di Pigmei”. E mentre i turisti erano intenti a lanciare loro noccioline nelle gabbie, la direttrice dello zoo tedesco si difendeva raccontando come l’ambientazione esotica dello zoo fosse una location adatta a degli indigeni. “Con la disumanizzazione, le vittime perdevano la natura e la dignità di uomini – commenta Domenici – Una tale regressione legittimava qualsiasi forma di violenza, anche la più aberrante”.

Ecco quindi esposti in gabbia filippini a cui era lanciata carne di cane come cibo. La “Venere ottentotta”, di nome Sarah Baartman, donna sudafricana che a fine Ottocento è stata sottoposta a ogni tortura per l’interesse “scientifico” di conoscere la forma dei suoi genitali. Un pigmeo esibito tra le sbarre fino al 1906, anno del suo suicidio. Famiglie di esquimesi morte a metà tournée perché non vaccinate. E la lista potrebbe continuare, raccontando i soprusi di una pagina della storia che “Europa e Stati Uniti hanno cercato di insabbiare”, continua Viviano Domenici. Ma non si tratta solo di vergognose pagine di storia confinate nel passato bensì di una pratica che continua ancora oggi. Dall’etno-turismo, che costringe gli Jarawa delle Isole Andamane a ballare in cambio di biscotti, al poorism (il turismo della povertà), con i suoi tour-avventura nelle favelas. La logica è la stessa, solo che oggi, anziché portare i “selvaggi” in mostra in Europa e America, si preferisce portare i turisti in vacanza a vedere villaggi dove varie etnie sono costrette a recitare la parte dei selvaggi. Come succede con le donne-giraffa in Thailandia ma anche i Boscimani o i Pigmei africani. “Chi fa quel tipo di turismo non è in grado di avere consapevolezza che si tratta di pornografia della povertà – conclude l’autore – La frase che bene interpreta l’idea che mi sono fatto dell’umanità scrivendo questo libro? ‘L’umanità è una merda’”.