di Carblogger

Era ora. In occasione della presentazione dei risultati finanziari del primo trimestre (non è una coincidenza, così come l’inaugurazione della nuova fabbrica di Pernambuco), Sergio Marchionne ha finalmente aperto la sua agenda, con una mossa degna di un grande showman che da anni seduce analisti e giornalisti di tutto il mondo.

In 26 slides intitolate “Confessions of a Capital Junkie. An insider perspective on the cure for the industry’s value-destroying addiction to capitalMarchionne rivela la sua exit strategy, che, grazie ad un consolidamento prossimo, scavalca di slancio il già ambizioso commitment fissato per il 2018 con l’ultimo piano quinquennale, collocando la “nuova” Fca ai vertici della redditività: rispetto allo status quo, il Roic, la remunerazione del capitale investito, sale di 10 punti percentuali ed il multiplo Ev/Ebitda, il rapporto tra il valore di una società ed il margine operativo lordo, va da 3 a 8, in linea con la media dei costruttori premium e di altri settori come Telecomunicazioni, Imballaggi, Aerospazio e Difesa.

Poco importa se ad oggi un partner non esiste, e concorrenti come Ford, Gm, Psa hanno già cortesemente declinato l’offerta, o se i risultati finanziari rendono Fca tutt’altro che appetibile.

“Sergio è nel panico perché le vendite sono in crescita mentre i margini calano” – dice una consulente del calibro di Maryann Keller – “Di questi tempi dovrebbe fare soldi a palate e invece ha bisogno di un partner più dei concorrenti. Nel Q1 i profitti sono saliti del 22% ma i margini restano lontani da quelli delle altre due Case automobilistiche di Detroit: Ford guadagna 924 milioni di dollari su 31 miliardi di fatturato, Gm 900 milioni su 35,7 miliardi mentre Fca si ferma a 92 milioni di euro su 26,4 miliardi”.

Dichiaratamente, l’obiettivo della presentazione di Marchionne era quello di sensibilizzare gli analisti sulla necessità di un consolidamento per abbattere il costo del capitale richiesto per sviluppare i nuovi prodotti e finanziare nuovi impianti, non certamente quello di giustificare l’attuale performance di Fca nei confronti dei concorrenti, promuovere la vendita di Fca, o rivedere il piano quinquennale. E nemmeno si tratta di una “questione di vita o di morte” per Fca, o addirittura il suo “ultimo spariglio” prima di lasciare il gruppo nel 2018. Eppure, Max Warburton, il più autorevole degli analisti finanziari, ha commentato: “In realtà è tutte queste cose insieme”.

Solo il tempo dirà se Marchionne sarà capace di convincere alcuni suoi colleghi a cambiare il modello di business del settore attraverso un consolidamento.

Nel frattempo, recuperando la stessa citazione di D.P. Moynihan da lui usata all’inizio della presentazione (“ognuno ha diritto ad una sua opinione, ma non ai suoi fatti”), Fca nel primo trimestre ha bruciato più di un miliardo di cassa, la dipendenza dagli Stati Uniti (e da pochi modelli) è ulteriormente aumentata (60% dei ricavi e 75% del margine operativo), l’utile netto è molto lontano dalla guidance per il 2015 (fissato a più di un miliardo di euro), il Sudamerica è un bagno di sangue (il margine è -4.2%), il dollaro ha ripreso a salire (a cambi costanti, l’aumento dei ricavi sarebbe stato solo del 4% e non del 15%) e il titolo ha chiuso il giorno seguente la presentazione con il terzo calo consecutivo,  -5.65%.

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