Lui si chiama Chadwick Stokes, artista di Boston che suona nelle famose band Dispach e The State Radio. ‘The Horse Comanche’ è il suo terzo disco solista e tra le dieci canzoni che ne fanno parte c’è Mother Maple (Madre Acero).

Pare che Chadwin abbia trovato ispirazione, per comporre la canzone, durante un giro nei boschi del Vermont, mentre uno zio gli mostrava alcuni vecchi aceri. Erano morti ma avevano dato vita a gran parte della foresta circostante. Così gli è venuta in mente la madre di un suo amico morta qualche anno fa. Era sempre disposta a regalare attenzioni a tutti gli altri e non aveva, però, mai prestato attenzione a se stessa.

Del genere musicale e di altro che riguarda questa canzone certamente parlerà chi ne sa più di me. Quello che a me interessa raccontarvi invece riguarda il video riferito a Mother Maple. E’ di una bellezza infinita. Pura poesia. Semplice nella struttura ma meraviglioso per quel che riesce a trasmettere. Il video è diretto dal regista Alex H Fischer, con il contributo del direttore della fotografia Jessica Bennet, con la coreografia di Leslie Guyton e ha come protagonista Katy Copeland, in due versioni.

Madre di due bambini, ad accudire tutti, a rimettere a posto, cucinare, lavare, spazzare, cambiare i bimbi e giocare con loro, con i capelli raccolti alla meno peggio e addosso abiti comodi, non ricercati, dimenticando di prendersi cura di sé, di essere anche una donna, una persona, un soggetto pensante, vivo, sessuato, con corpo e mente che non necessariamente devono essere ceduti in nome della maternità.

Poi c’è la donna, forte, ribelle, dalla nervatura visibile, libera da ogni obbligo e da ogni imposizione e lontana da stereotipi che alla madre trascurata contrappongono solo quella truccata, vestita, pettinata aderendo alla norma estetica materna e femminile fedele alle convenzioni sociali. Lei è libera di essere qualunque cosa vorrà essere. E’ la spinta vitale che preme per venire fuori a dispetto di un ruolo materno dominante, alienante, all’insegna della totale abnegazione. Non vale la maternità come prigione che ti impedisce di vivere, respirare, desiderare e sognare ancora. La maternità come sacrificio che ti annulla e ti rende invisibile agli altri e a te stessa.

Lei è visibile, ogni muscolo del suo corpo racconta una storia diversa, che forse riguarda molte altre madri. Quante sono le donne consumate e ripiegate o prigioniere del ruolo di cura, senza che mai si ritenga di dover parlare di condivisione di doveri nell’ambito familiare? Quante potrebbero oggi raccontare di immedesimarsi nella protagonista di questo video, con quei movimenti apparentemente involontari che lasciano intravedere quanta bellezza può e deve essere liberata?

Chadwick Stokes “Mother Maple” from Nettwerk Music Group on Vimeo.

Mi è molto piaciuto questo video perché spiega in modo decisamente chiaro, efficace, originale, come solo l’arte può fare, che la meraviglia di una madre non sta nel fatto di vederla necessariamente gioiosa per quel ruolo, vissuto come totalizzante, come se fosse il culmine della realizzazione di una donna. Esistono tante donne per le quali, per esempio, la maternità non è un obiettivo, non è un’aspirazione e per quelle che invece vogliono o fanno un figlio non è detto che a quel figlio possano o vogliano dedicare ogni secondo del proprio tempo.

Nel video si vede a margine il padre che tiene un bambino e fa evidentemente quel che può ma è lei che resta intrappolata per l’intera giornata. Quante volte il racconto di donne che non vogliono fare solo le madri è stato fortemente criticato, giacché si ritiene che queste donne siano egoiste. Quante volte abbiamo visto i media censurare quelle donne che sperano in una autonomia economica, sperano di emanciparsi dalla fatica genitoriale dovuta all’assenza di strutture e servizi di supporto. Perché mai non si parla di quella donna, bellissima, nuda, che esiste dentro ciascuna di noi e che ci fa ricordare che siamo persone e che non dobbiamo morire per dare tutto agli altri?

Nelle ultime settimane, putacaso, ho raccolto molte storie, racconti sinceri, durissimi, di donne che non ce la fanno, che sono arrivate al limite, non trovano aiuto, sono pentite di aver fatto figli, meditano di fuggire o, certamente, meditano di riprendersi tempo e spazio, perché altrimenti si sentono morire. Come si può dare torto a queste donne che sentono il peso di una cultura che incensa il sacrificio delle madri e descrive come mostri quelle che non hanno alcuna intenzione di rinunciare a tutto per i figli?

Ascoltare i pensieri liberati di donne che dimostrano che l’istinto materno è una invenzione e che la maternità non si può imporre, psicologicamente e fisicamente, è il primo passo per riconsiderare la redistribuzione dei ruoli di cura, prevenendo così fior di tragedie, alcune delle quali, certamente, con un po’ di aiuto, potrebbero essere evitate.

Sarebbe utile ampliare una riflessione su questo argomento e nel frattempo vi suggerisco di lasciarvi incantare da questo video costruito meravigliosamente e dietro il quale c’è, perché si vede, certamente una profonda e attenta riflessione. Tutto ciò ci riguarda. Riguarda tutte noi.