Questa è una storia semplice.

Anzi, per certi versi, è altamente rappresentativa di come in Italia si tenda, in questi ultimi anni, a mascherare da “riformismo” un decisionismo arrogante che si confronta con gli interessati solo dopo aver deciso il da farsi in cerchie ristrette. Questa storia sta tutta in due quadri.

Primo quadro: qualche giorno fa comincia a girare nell’etere un documento del Pd su “La buona università e la buona ricerca”, comparsa che segue la pubblicazione di alcuni interventi sulla stampa, di cui abbiamo già detto. Ovviamente la stampa si è basata su quel documento che le è stato passato, quindi nessuno può essere accusato di avere “trafugato” nulla, nel momento in cui lo critica (come è invece è stato fatto in maniera stizzita)…

La bozza del Pd è stata predisposta nel gennaio di quest’anno, come discussione interna al gruppo dirigente, e prevede alcune azioni per l’università, accompagnate dalla doverosa puntualizzazione che si tratta di operazioni “quasi tutte a costo zero”; tra queste, staccare l’università dalla pubblica amministrazione e modificare il meccanismo di entrata nella professione “semplificando il percorso dal primo accesso alla carriera. Come abbiamo fatto nel Job’s Act” (il che suona molto male…). Poi seguono anche altre possibili azioni che non hanno alcuna originalità perché figlie di dibattiti da tempo in corso all’interno dell’università, mentre alcune di esse, come l’Erasmus extra europeo, stanno partendo adesso (strano che le antenne del Pd non se ne siano accorte…). Insomma: ce la cantiamo e ce la suoniamo, informiamo la stampa per fare sensazione, ma quando gli universitari più critici chiedono conto del contenuto, gridiamo al trafugamento della preziosa reliquia, condivisa peraltro già con dogs and pigs (ci piace tanto l’english).

Restiamo ai due punti segnalati: via l’università dalla funzione pubblica e dalla pubblica amministrazione e un Job’s Act per definire l’ingresso in carriera a “tutele crescenti”. Metteteveli in testa e andiamo avanti.

Secondo quadro.

L’8 aprile scorso, a S. Patrignano, si riunisce un consesso di gente di varia estrazione che comprende alcuni rettori, una rediviva Letizia Moratti (a volte ritornano, e non lo fanno per farci piacere, ma per finire il lavoro iniziato a suo tempo), esponenti del mondo assicurativo e imprenditoriale (Generali, Finmeccanica, Network Kpmg Italia & Ema, PlanetFinance Italia) e anche L’Oréal (non sia mai che ci si presenti in disordine al funerale dell’università…). Compitino degli astanti: “Dieci idee per la Positive University” e, tra queste idee, quella che “Le università sono un bene pubblico ma non Pubblica Amministrazione (Un’università positiva non può essere competitiva se viene trattata come parte della Pubblica Amministrazione)”. Poi altre ideuzze, in gran parte già presenti nella normativa esistente. Ad esempio il codice etico e di comportamento, che la legge 240 del 2010 ha già previsto.

Il trend è chiaro, no? Un’università inserita nella funzione pubblica, anche se i docenti già non sono contrattualizzati, può prevedere limiti e controlli per le assunzioni, visto che la nostra Costituzione, che peraltro il documento Pd richiama come una delle fonti di ispirazione, prevede all’art. 97, terzo comma, che “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”.

Un’università fuori dalla pubblica amministrazione, invece, dotata di risorse perché finanziata dal denaro pubblico ma non più nel “campo del diritto amministrativo”, potrà essere magicamente più competitiva, soprattutto se adotta il modello delle tutele crescenti, si appoggia al mondo imprenditoriale e aumenta le interconnessioni con esso. I concorsi sono brutti e truccati (alcuni, vero, non tutti); soluzione: assumiamo a un livello più basso chi si vuole.

Queste dichiarazioni e progetti immaginano un’università anglosassone o tedesca, elitaria e attenta alle competenze (“Le università devono puntare a un target preciso” dicono i rettori/imprenditori quando parlano di futuri studenti) e ignorano che la Germania ha eliminato, da quest’anno, le tasse universitarie e aperto le porte a tutti, perché solo coi grandi numeri si fa vera selezione di talenti. Peraltro, en passant possiamo notare che i rettori, queste ideuzze, le condividono con tutti (aziende di consulenza, imprenditori, ex ministri decotti) tranne che con le loro comunità di riferimento, quelle che li hanno eletti e che dovrebbero chiedere conto di queste novità, e magari dovrebbero anche chiedere di far cadere qualche testa che pensa solo per conto di altri e dei loro interessi.

Morale, senza alcun colpo di scena: perfetta continuità, nelle ipotesi di base e nelle conclusioni, tra Moratti, Gelmini, Pd e rettori/imprenditori: semplificare, deregolamentare, mano libera, poche tutele, poco impegno finanziario pubblico, privatizzazione.

Nel documento del Pd la senatrice Puglisi, o chi per lei, si chiede: “Ma il Professore di Yale, potrebbe mai concorrere ad una cattedra in un ateneo italiano?”. No, senatrice, il professore di Yale non verrà mai in Italia, ma non per vincoli burocratici, bensì perché a Yale lo pagano meglio, tre volte un professore italiano, e soprattutto ha a disposizione strutture efficienti, fondazioni private e pubbliche che finanziano le sue ricerche, biblioteche che funzionano, laboratori aggiornati. Il sistema italiano è sicuramente “gerontocratico e ingessato, [e] difficilmente dà libertà di movimento e di circolazione di idee” e infatti lei e il suo partito disegnano le “ riforme” parlando con i gerontocrati e senza far circolare le idee.

De te fabula narratur, e di tutti quelli che stanno apprestando l’ennesima, assurda, riforma della riforma della riforma di un sistema che vi vuole, molto semplicemente, solo fuori dalle scatole.