Martedì 21 aprile vedrà finalmente la luce il Libro Bianco della Difesa. Il documento sarà presentato dal ministro della Difesa Pinotti al primo Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Mattarella e definirà l’evoluzione dello strumento militare italiano nei prossimi quindici anni, indicando obiettivi strategici e mezzi necessari per conseguirli, sia in in termini di uomini che di equipaggiamenti.

Stando alle anticipazioni ottenute dal fattoquotodiano.it, chi si aspetta di trovare nel Libro Bianco una decisione definitiva sui famigerati cacciabombardieri F35 rimarrà a bocca asciutta. Il documento si concentrerà infatti sullla riduzione dei costi per il personale (attualmente 10 miliardi di euro l’anno), rimandando ogni decisione sui singoli programmi di armamento, F35 compresi. Di questi si occuperà una futura relazione tecnica dello Stato Maggiore della Difesa. In realtà una decisione sul punto è già stata presa. Secondo fonti vicine e interne alla Difesa, infatti, la spesa di 13 miliardi per l’acquisto dei 90 cacciabombardieri non verrà dimezzata, come stabilito dal Parlamento, ma solo dilazionata nel tempo. Non solo, non ci saranno neppure quei economici per lo Stato che dovevano consentire di recuperare la metà della spesa, come sostiene il ministro Pinotti.

“La partecipazione italiana al programma F35 – assicura la fonte vicina al Ministero – non verrà ridimensionata, né tantomeno dimezzata, ma solo dilazionata nel tempo per attutirne l’impatto finanziario in questi anni di vacche magre, rinviando alla fine degli anni ’20 l’acquisto dei più costosi F35B a decollo corto e atterraggio verticale: i 15 esemplari destinati alla portaerei Cavour della Marina, che può tranquillamente operare fino al 2030 con gli Harrier appena rimodernati, e gli altri 15 incomprensibilmente destinati all’Aeronautica. Il budget complessivo del programma F35 rimarrà quindi invariato anche nel prossimo Documento Programmatico Pluriennale della Difesa, con un semplice rallentamento dei ritmi di acquisto e il conseguente taglio delle poste finanziarie nel triennio 2015-2017” – erano previsti 644 milioni nel 2015 e 735 milioni nel 2016.

Per far ingoiare questo rospo da 13 miliardi all’opinione pubblica e al Parlamento, la Difesa insisterà sull’argomento dei ritorni economici del programma F35 che dovrebbero far recuperare allo Stato metà della spesa. Cioè, il budget di spesa rimane quello stabilito, ma alla fine il costo per l’erario risulterà dimezzato grazie ai ricavi che rientreranno in cassa. Questa teoria è stata esposta per la prima volta a febbraio dalla stessa Pinotti la quale, in un’intervista a RepubblicaTv, spiegava che dimezzamento significa che il “costo complessivo dell’operazione F35 per le casse dello Stato deve pesare circa la metà, tenuto conto dei ritorni economici” derivanti dai contratti internazionali di manutenzione, secondo un meccanismo di “compensazione” che consentirà di “recuperare l’impatto economico del programma”.

Quello che la Pinotti non dice, ma che fonti interne alla Difesa e ad Alenia hanno confermato al fattoquotidiano.it, è che questi ritorni economici – tra i 7 e i 10 miliardi di euro in trent’anni – finiranno nelle casse di Finmeccanica, non in quelle dello Stato. “Dal punto di vista dell’erario, il programma F35 è un’operazione in perdita – spiega la fonte della Difesa – intrapresa a sostegno dell’industria nazionale e a vantaggio del sistema-paese. Così come il ministero dell’Agricoltura sostiene le produzioni agroalimentari italiane, noi aiutiamo l’industria aeronautica nazionale”. Aiuto di Stato, insomma, per cui ci si augura di non dover pagare miliardi di multe all’Unione europea.

“A guadagnare dal programma F35 non sarà lo Stato ma l’industria – conferma la fonte di Alenia – perché i ritorni economici per lo Stato, oltre alla normale partecipazione del Tesoro a eventuali utili del gruppo Finmeccanica (che da anni, essendo in perdita, non distribuisce dividendi, ndr), saranno solo quelli derivanti dalle royalties normalmente previste per le nazioni che partecipano a questo tipo di programmi internazionali”.

“Sì le royalties ci saranno, ma si tratterà di cifre irrisorie – ammette la fonte della Difesa – perché quelle che spettano all’Italia, in quanto nazione-partner del programma F35, si aggirano intorno al 4 per cento della maggiorazione del costo-aereo applicato alle nazioni acquirenti non-partner come contributo alle spese iniziali di sviluppo cui loro non hanno partecipato, una maggiorazione che ammonta mediamente a una decina di milioni di dollari ad aereo”. Ad oggi le nazioni non partner acquirenti sono Israele, Giappone e Corea del Sud, che per ora hanno ordinato un centinaio di aerei in totale, il che significa circa 40 milioni di dollari di royalties per l’Italia. Una cifra del tutto insignificante rispetto ai 13 miliardi di euro di costo complessivo del programma, una percentuale di zerovirgola ben lontano dal “rientro di metà della spesa” annunciato dalla Pinotti.