Il Pd tra l’Italicum “senza ritocchi né ricatti” e la “baldoria” indecorosa delle regionali sembra avviato senza ritorno verso “un primato della politica” fondato sulla compressione della democrazia e sulla irrisione della questione morale in aperto disprezzo ai proclami su legalità e trasparenza.

Quella che è stata magnificata come la grande prova di democrazia interna nell’assemblea del gruppo si è conclusa con l’uscita e il non voto della minoranza che Bersani non vuole venga definita come “ritirata” dei 120 contrari, con le dimissioni da capogruppo di Speranza e con l’incredibile prospettiva della fiducia ancora pendente sulla legge che più di ogni altra richiede “la più ampia partecipazione”. Se Bersani continua a fare dichiarazioni battagliere, e finora si è trattato solo di queste, Davide Zoggia ha ribadito “dialogo fino all’ultimo e alla fine ci si adegua alla maggioranza.”

Il problema è che la minoranza Pd si ritrova concorde solo nella critica agli effetti incrociati e sovrapposti dell’Italicum e del Senato ma divisa su finalità e strategia, in larghissima parte acquiescente e alla fine pronta a votare la legge elettorale così come è con il contentino di eventuali aperture tutte da verificare sugli annunciati criteri di “elezione” per il listino dei consiglieri regionali lanciato last minute da Renzi nel momento più critico.

Sulla legge elettorale che pure, come ha osservato in solitudine Stefano Rodotà, non entrerà in vigore prima del 2016 Renzi non vuole perdere un minuto di più e per essere ancora più esplicito l’ha legata indissolubilmente al governo e alla sua sopravvivenza politica. “Chiudere la legge elettorale in modo definitivo” è stato il non argomento per zittire anche i compromessi al minimo per la riduzione dei nominati che nella vulgata imperante mediaticamente vengono del tutto arbitrariamente accomunati ai candidati dei collegi uninominali.

Ma la marcia forzata per blindare e portare a casa la legge elettorale concordata con Berlusconi, anche dopo il congelamento o l’affossamento del patto del Nazareno, e cioè l’affermazione conclamata del decisionismo renziano si sta saldando come dimostra ogni giorno di più la deriva delle primarie, con il peggiore continuismo nella selezione al peggio della classe politica.

L’ultimo episodio in ordine cronologico riguarda ancora la candidata più amata dal centrodestra ed incoronata dalle ennesime primarie contestate, infiltrate ed opache in Liguria, Raffaella Paita indagata per l’alluvione di Genova per omissioni in qualità di assessore alle infrastrutture, ed incoraggiata ad andare avanti dal vicesegretario Lorenzo Guerini. Ma la lista di riciclati, ribaltonisti, transfughi e trasformisti professionisti in corsa per il Pd “rinnovato” di Renzi o viceversa travasati altrove in una girandola impazzita è lunga e diffusa dalle Marche alla Sicilia.

Una “conferma” di quanto la questione morale sia una priorità e un’ istanza radicata nel partito, che per dirla con Bersani da soggetto politico è diventato uno “spazio politico” dove accorre “chiunque” senza trovare ostacoli, sta nel motto della senatrice demo-renziana Puglisi che a Di Martedì per difendere la protervia di De Luca ha chiosato “meglio condannati che fessi”.

Intanto in un mese, da metà marzo a metà aprile secondo le rilevazioni di IPR Marketing di Antonio Noto il Pd avrebbe perso l’ 1,5%, Fi l’1% e il M5S avrebbe guadagnato l’1%. E le fibrillazioni, gli smottamenti o le implosioni che scuotono i partiti del fu Nazareno sembrano  spiegare e confermare gli andamenti.

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