Matteo Renzi sogna il 7-0, Forza Italia e Lega Nord dicono di voler fare un macello perfino in Toscana e Umbria, il M5s è convinto di poter correggere il brutto curriculum nei voti locali. Ma oltre le parole il gioco dei partiti nella corsa alle Regionali del 31 maggio sembra vinciperdi: fanno di tutto per dare un vantaggio agli sfidanti. L’ultima prova è il pasticcio di Alessandra Moretti con la proposta di taglio di stipendio da firmare con i Cinque Stelle. Ma poi ci sono il suk del centrodestra in Puglia, la Campania dove tra Pd e Fi tutto si confonde, la Liguria dove si diventa governatore con la miseria del 33-35 per cento. Per questo il voto regionale fa paura a tutti. Per Renzi, per esempio, potrebbe essere arrivata l’ora delle prime sconfitte, di una pagella al governo, della realtà che finalmente si scontra con l’annuncio. La sirena potrebbe essere quella degli ultimi sondaggi: il Pd è sullo scivolo, gli elettori sembrano essere diventati severi nonostante il dinamismo, il piglio, le riforme, gli 80 euro. Il centrodestra rischia invece il colpo di grazia dopo l’agonia che dura ormai da un paio d’anni perché Salvini pare aver ormai già dato tutto quello che poteva dare (anche troppo, per qualcuno), Forza Italia assomiglia sempre di più al Bounty e Alfano sembra destinato all’anonimato. I Cinque Stelle, infine, potrebbero ritrovarsi ancora una volta scioccati, in mezzo al guado che divide i sondaggi e le performance delle amministrative: i due leader si faranno vedere solo in un’occasione pubblica.

A destra difendono il bottino
Chi sta peggio è il centrodestra. In molte Regioni si vedono patti che ne smentiscono altri. E’ la profezia di Fitto che si autoavvera: “Un anno fa mi sforzavo di spiegare: senza primarie, sarà il caos” dice ora l’ex ministro che vuole fare il rottamatore di un partito che da primo d’Italia ora si deve accontentare di arrivare in doppia cifra (l’istituto Piepoli lo dava perfino al 10%). Forza Italia e Lega Nord hanno cercato di mettere in sicurezza almeno quel che resta del vecchio patrimonio dilapidato in Veneto, Campania e Liguria, accantonando il candidato del Carroccio a Genova, il vicesegretario Rixi. Ma basta guardare un attimo Puglia e Toscana per capire che temperatura segna il termometro.

A Bari, epicentro del sisma berlusconiano, si sfiora la scissione dell’atomo. Per raccontare la storia dell’ultimo mese servirebbe Branduardi: c’era Forza Italia che candidò Schittulli che si accordò con Fitto che si voleva candidare contro… La sintesi – che potrebbe valere solo per la prossima ora prima di essere di nuovo stravolta – è che i forzisti – irritati dall’ex preferito Schittulli che ha “garantito” i fittiani – hanno candidato Adriana Poli Bortone che, dopo la diaspora di An, è ora esponente di Fratelli d’Italia. E così chi è che sostiene il partito di Giorgia Meloni? Schittulli. In Toscana, invece, per gli elettori di centrodestra è come essere in gelateria, un candidato per tutti i gusti: Gianni Lamioni per il Nuovo Centrodestra, Claudio Borghi per la Lega Nord, Giovanni Donzelli per Fratelli d’Italia. Forza Italia per non sbagliare ne presenterà uno tutto suo, forse Stefano Mugnai, ex dc proposto da Altero Matteoli. In Toscana c’è il ballottaggio, ma i quattro della destra dovrebbero pregare perché il presidente uscente Enrico Rossi non raggiunga il 40 per cento (ultimo sondaggio: 49) e che ad arrivare secondo non sia il grillino, Giacomo Giannarelli. Eppure Renato Brunetta sfida la realtà: “Pensiamo che le elezioni regionali per Renzi possano essere come quelle che furono le elezioni regionali per D’Alema nel 2000, cioè l’elemento che lo porterà alle dimissioni”.

Il male oscuro del Pd (perfino in Toscana)
A leggere la cartella clinica del centrodestra uno punterebbe tutti i suoi risparmi sul trionfo renziano, l’ennesimo dalla presa del Nazareno. Ma nell’ultimo mese di campagna elettorale – nel quale il presidente del Consiglio si avvia a “sostenere gli amministratori locali” come ha detto – anche il Pd ha cercato in tutti i modi di tirare il freno a mano. Le fragilità di Raffaella Paita in Liguria hanno molte radici. Il peccato originale sta nelle primarie finite a carte bollate, con l’uscita di Sergio Cofferati e – dopo un po’ – la candidatura di sinistra-sinistra del civatiano Luca Pastorino, che si è dimesso dal gruppo Pd alla Camera e ora succhia via alla Paita fino al 17% dei voti. Come se non fosse abbastanza la Paita ha scoperto di essere indagata per un’alluvione (di ottobre), cioè la cosa che i genovesi e il resto dei liguri odiano di più al mondo. E’ in buona compagnia: Vincenzo De Luca può diventare presidente della Campania ma senza insediarsi perché condannato e incandidabile. Nelle ultime settimane poi la questione morale che ha investito Ischia con gli arresti, Ercolano con l’occupazione, Giugliano con il rinvio a giudizio. I problemi del sindaco di Salerno non finiscono qui: Vincenzo D’Anna, cosentinian-fittiano, gli vuol fare una lista a sostegno. La Moretti ci crede, ma i sondaggi la danno a 10 punti di distanza da Zaia, ora forte (diciamo così) del contributo (diciamo così) di Forza Italia (diciamo così). Il virus del Pd contagia anche le Regioni in cui il successo appare chiaro: in Toscana si scannano per un posto da consigliere regionale. A Pistoia a una poveretta (peraltro renziana) che voleva candidarsi le hanno promesso: “Non sai quanta merda ti arriverà addosso”. A Siena i candidati sono 5 invece che 6 perché uno è contestato e sub judice. A Livorno si sono dimessi in 13 da uno dei circoli più rossi (“Partito senza etica” scrivono) contestando il patto Renzi-Rossi.

Il M5s e la “regola” delle amministrative
Praterie per il Movimento 5 Stelle nato sul territorio? Macché, le elezioni locali sono sempre stato il terrore. “Prendi i dati nazionali e togli almeno cinque punti”, è la regola non scritta che circola nei corridoi dai tempi dei tempi. Ora i sondaggi, quelli che prima snobbavano, li danno in crescita e per la prima volta potrebbero arrivare in doppia cifra in molte Regioni. Ma i grillini hanno lo spirito di chi non crede finché non vede. Sul territorio si muovono solo gli eletti: i portavoce ormai sempre più spesso in televisione battono mercati, banchetti e meetup. Unico “grande” evento in programma è la marcia contro la povertàGrillo e Casaleggio almeno in quell’occasione promettono che saranno in prima fila. C’è sempre l’incognita del comico che a sorpresa prende e parte e improvvisa, ma per il momento l’idea è quella di stare in disparte e non caricare di aspettative prove elettorali che già troppe volte hanno lasciato l’amaro in bocca. L’avevano annunciato a inizio aprile: si chiama “campagna diffusa”, meno grandi piazze, niente “gran finale”, più appuntamenti tematici. Così per l’Earth day piantano alberi e in Campania mangiano pizza contro lo spot di McDonald’s.

Dove i grillini sperano è la Liguria: Alice Salvatore (21 per cento secondo gli ultimi sondaggi), ex ricercatrice ed ex candidata per le Europee, volto pulito e giovane. Nella Regione della sinistra a pezzi e di Toti debuttante con la gaffe su Novi Ligure, la Salvatore piace ai delusi di destra e sinistra: parla di ambiente dove alluvioni e consumo del suolo continuano a fare vittime e vive di rendita per gli scandali spese pazze che travolgono consiglieri uscenti e già ricandidati. Jacopo Berti in Veneto deve fare i conti con la Lega che si mangia il voto di protesta, ma ora ha strappato un “pagliaccio” dalla Moretti e la campagna elettorale ora ha tutt’altro sapore. In Toscana, la Regione che contende all’Emilia Romagna la palma della dissidenza (espulsi, fuoriusciti e nuove realtà), i Cinque Stelle sono dati al 15%. Più a sud si trema: Valeria Ciarambino in Campania è una che sa fare la politica, sarà la scuola di Luigi Di Maio o sarà che il Pd ne combina una al giorno ma per ora resiste al 18 per cento. Capitolo a parte è la Puglia: Antonella Laricchia (17%) è la candidata di bandiera in una Regione dove Michele Emiliano è il più “grillino” dei candidati Pd, strappa voti e consensi. Insomma i 5 Stelle usciti a brandelli dall’ultima tornata di espulsioni e addii guardano con meraviglia ogni sondaggio: sembrano i tempi in cui nessuno credeva in loro tranne loro e poi arrivarono in Parlamento in 163. Ma l’ordine è non crederci troppo, perché di Maalox Grillo ne ha presi già anche troppi.