Moglie, madre, nonna, militante per i diritti di donne e bambini, ex-First Lady, senatrice, appassionata di completi pantalone, candidata alle presidenziali 2016. Così, sul suo account Twitter, si descrive Hillary Clinton. Il lancio della sua campagna elettorale avviene in Iowa – il primo Stato a tenere le primarie, nel gennaio 2016 – e mentre la macchina organizzativa si mette in moto la candidata disegna il messaggio da veicolare agli elettori: una donna “normale”, attenta ai bisogni della classe media, capace di guardare alla vita con lo sguardo, affettuoso, di una “moglie, madre, nonna”.

E’ una sfida difficile, per una tra le donne più potenti d’America, detentrice di un considerevole patrimonio personale, da decenni presente nelle stanze del potere di Washington. Ma è la sfida con cui Hillary Clinton pensa di poter conquistare la Casa Bianca. Questa “normalità”, questo richiamo allo storico populismo democratico è del resto ben presente nel video con cui la Clinton ha lanciato la sua campagna. Gli “everyday Americans”, gli americani comuni che raccontano le loro storie, sono tutti pronti a fare qualcosa: una madre ad allevare il figlio, due immigrati a iniziare un’attività in proprio, una coppia gay a sposarsi, una ragazza trovare lavoro, un’anziana ad andare in pensione. Anche Hillary dice di essere pronta: a battersi per il loro diritti, a farsi campione dei loro bisogni, ovviamente da presidente degli Stati Uniti.

Si tratta di un inizio di campagna sensibilmente diverso da quello del 2008. Allora la Clinton – molto più composta, rassicurante, sofisticata, ripresa nel ricco salotto di casa – diceva di essere “pronta a iniziare una conversazione” con gli americani. Oggi quella Clinton – l’ex-First Lady, l’ex-senatrice, la politica ambiziosa ed efficiente capace di offrire soluzioni dall’alto della sua esperienza a Washington – è un ricordo, sostituita da una donna che si rivolge agli americani da una strada, mentre altri americani raccontano le loro storie. Neri, ispanici, donne, giovani, omosessuali, esattamente quella coalizione che Obama ha messo insieme nel 2008 e che Hillary oggi spera di ricostruire.

Con questo cambiamento di tono la politica democratica spera di smussare quell’impressione di freddezza, di calcolo ambizioso, che per molto tempo l’ha accompagnata. Il cambiamento di tono è però soltanto un aspetto di una strategia più larga, irta di pericoli, sfide difficoltà, su cui il team Clinton dovrà lavorare, se vuole portarla alla Casa Bianca. Ma vediamo alcune di queste sfide.

Il rapporto con Obama. Dopo l’annuncio della candidatura, il presidente si è mostrato particolarmente caloroso. “Sarebbe un presidente eccellente – ha detto Obama -, anche perché è stata una segretaria di Stato straordinaria”. I rapporti tra i due, burrascosi ai tempi della campagna elettorale del 2008, sono in questi anni migliorati, senza però che i rispettivi clan politici si mescolassero. Barack Obama e Hillary Clinton restano due universi politici distinti, anche se per la Clinton si pone ora il problema dell’eredità di Obama. Non è una situazione semplice. Da un lato, la candidata non può e non deve identificarsi troppo con il predecessore, non deve appiattirsi su un leader che lascia la Casa Bianca su una nota non molto positiva. D’altra parte, non può però disconoscere Obama: per ragioni di appartenenza politica, ma soprattutto perché ha bisogno di quella coalizione che nel 2008 portò Obama alla Casa Bianca. Una possibile via
d’uscita l’ha suggerita un vecchio e straordinario osservatore della politica USA, E. J. Dionne. E cioè, fare quello che Bush senior fece nel 1988, presentandosi come un “Reagan plus”, un Reagan ancora più Reagan. La Clinton, dunque, dovrebbe correre per la presidenza perché capace di portare a termine quello che Obama non ha potuto o saputo fare: consolidare la ripresa economica, diffondere benessere, ristabilire l’autorità americana nel mondo.

I compromessi con Washington e la “macchia” di Bengasi. Un altro scoglio non facilmente superabile, per Hillary, riguarda il passato. Moglie di un presidente, senatrice, già candidata alla presidenza, segretario di Stato: sarà difficile scrollarsi di dosso l’immagine di “insider” e fare quello che spesso fanno navigatissimi politici americani: scagliarsi contro Washington e i compromessi della politica. Ha iniziato Jeb Bush, spiegando che la candidatura della Clinton “non è niente di nuovo”. Ha continuato un altro repubblicano, anche lui candidato, Marco Rubio: “La Clinton appartiene al passato”. Le bordate continueranno a lungo, insieme a critiche e polemiche su quello che la Clinton, presumibilmente, non fece, ai tempi dell’attacco all’ambasciata USA a Bengasi (quando morirono l’ambasciatore Stevens e di tre altri americani). “La Clinton non ha saputo rispondere alla telefonata delle tre del mattino da Bengasi”, ha detto
Rand Paul, anche lui aspirante alla Casa Bianca, alludendo alla presunta incompetenza della Clinton, che avrebbe sistematicamente trascurato gli appelli alla sicurezza che venivano dalla Libia.

Il fantasma di Bill. “Hillary corre per un terzo mandato di Bill?”, si chiede in queste ore politico.com. In effetti, il fantasma di Bill Clinton si allunga sul futuro di Hillary. Nel bene e nel male. Nel bene, Hillary può dire di ispirarsi alle politiche economiche del marito, che crearono – come lei stessa ha spiegato – “23 milioni di nuovi posti di lavoro, facendo uscire sette milioni di americani dalla povertà”. Bill Clinton può però essere un alleato imbarazzante. Molti ricordano il ruolo giocato dall’ex-presidente nel 2008: eccessivo, arrabbiato, inutilmente sarcastico e polemico nei confronti dell’allora rivale Barack Obama. Clinton ha già detto che questa volta vuole “restare sullo sfondo”; ma non sarà cosa facile, per una personalità così vulcanica e innamorata della politica.

Di più, come ulteriore imbarazzo, potrebbe venire la Clinton Foundation, il gruppo di famiglia con in cassaforte circa due miliardi di dollari da spendere in educazione, sanità, ambiente. La Clinton si è nelle scorse ore dimessa dal board, ma le critiche non si placano. “I soldi della Fondazione vengono da donazioni di Paesi imbarazzanti”, ha accusato Rand Paul. “I Clinton ci dicano i Paesi finanziatori”, ha chiesto nelle scorse ore il comitato elettorale dei repubblicani, che hanno spesso accusato la Clinton di conflitto d’interesse. Era al Dipartimento di Stato, e intanto il marito raccoglieva fondi da Paesi stranieri. Così la fondazione è corsa ai ripari, riscrivendo la lista dei Paesi da cui accetterà finanziamenti: mentre scompaiono Stati come Arabia Saudita o Qatar, in futuro verranno accettati contributi soltanto da Australia, Regno Unito, Olanda, Canada, Germania e Norvegia. E a sostegno di programmi specifici in tema di salute, cambiamenti climatici e povertà.

Modificato da redazione web alle 18.09