La facoltà d’Ingegneria dell’Università Roma Tre, sabato 28 marzo, era popolata di studenti in maggioranza al di sotto dei 10 anni, l’andirivieni di frequentatori era intergenerazionale. Mamme e papà accompagnavano i figli dai 6 ai 16 anni nell’aula d’informatica per partecipare a una sessione di Coderdojo. Un saluto e poi eccoli seduti davanti ai computer, divisi un due gruppi per età, e subito attenti alla lavagna luminosa per seguire le parole di un tutor che li orienterà. Obiettivo: portarsi a casa un videogioco che loro, i più piccoli da 6 ai 9 anni – inventeranno, sceglieranno un personaggio o lo disegneranno, lo faranno muovere sul video, e alla fine potranno condividerlo, per giocare insieme.

Ricci biondi un po’ arruffati, ma due occhi azzurri concentrati, Marta, 7 anni, ha già partecipato al Coderdojo. E questa volta nel suo game farà esplodere un uovo di Pasqua dal quale uscirà il suo personaggio, un gatto variopinto, che attraverso questo meccanismo perderà delle vite, le farà guadagnare punteggio.

Qui si fa coding, i più piccoli imparano a programmare videogiochi e applicazioni, i più “grandi ” si lanciano in pratiche più sofisticate, sperimentano linguaggi complessi di programmazione come html, processing, python, utilizzano il coding creando interazioni con strumenti hardware (Arduino, Raspberry Pi, Makey Makey, LittleBits). L’appuntamento è stato ospitato nell’ambito di Codemotion2015, una manifestazione dedicata al codice e alle idee innovative tecnologiche.

Cos’è il Coderdojo? “Un club, anzi una rete di club gratuiti, che hanno uno scopo comune, introdurre i bambini nel mondo della programmazione informatica, facendo emergere tutte una serie di abilità che nascono spontaneamente quando i bambini imparano giocando, in un ambiente dove non sono giudicati, e hanno diritto all’errore”. A spiegarlo è Agnese Addone, insegnante di matematica in una scuola primaria di Roma, Champion del Coderdojo di Roma.

Dopo anni passati a sperimentare l’insegnamento dell’informatica da docente di scuola primaria, si è concentrata sulle pratiche di apprendimento seguendo le ricerche del Mit Media Lab di Boston, quel centro di computing science del Massachusetts Institute of Technology fondato nel 1985 da Nicholas Negroponte, fondamentale per la diffusione della cultura digitale. Addone ha seguito le ricerche internazionali sul tema, ha trovato punti di riferimento anche in Italia, all’Università Federico II di Napoli e a Roma Tor Vergata, ha lavorato per realizzare i laboratori di programmazione gratuiti per bambini. In meno di due anni, insieme con altre realtà pioniere di Firenze e Milano, è nato Coderdojo Italia, che raggruppa una settantina di club animati da facilitatori che mostrano come funziona la pratica del coding attraverso un software che si chiama Scratch.

I mentor sostengono il bambino coder nelle sue scelte, senza intervenire al suo posto ma incoraggiandolo a trovare una soluzione personale, o in collaborazione con i suoi giovanissimi colleghi di coding. Il bambino non è lasciato solo davanti al video del suo pc. Al contrario, stimolando la sua creatività, si coltivano non solo le abilità tecniche, che fanno sì che riconosca che la tavola di lavoro nel video è un asse cartesiano e per far muovere un oggetto si devono applicare le regole della logica matematica, ma la capacità relazionale, il valore di lavorare in team, d’interagire con persone di diverse età e generazioni.

Tutti svolgono questa attività come volontari, l’intera iniziativa è no profit, gli appuntamenti hanno una cadenza di due volte al mese per i giovanissimi coder. Molti eventi si tengono nelle università, o nelle biblioteche, scuole, musei, spazi di co-working, incubatori d’impresa. Un Coderdojo speciale si trova ad Allumiere, un laboratorio a un alto livello d’innovazione è ospitato in parrocchia. Lo anima Marco Vigelini, informatico e mentor di Coderdojo Roma. In questo paese a un’ora da Roma, con meno di 5mila abitanti, ha organizzato un affollato “Family Creative Learning“, una pratica che viene dal Mit Media Lab, che coinvolge i genitori del giovane coder nell’apprendimento condiviso tra i componenti della famiglia e le altre famiglie partecipanti.

Ma come arrivano i bambini al Coderdojo? “Attraverso ricerca in rete e il tamtam sui social network, ma il metodo più efficace – continua Agnese – è il passaparola tra i bambini. Sono loro stessi che ci trovano su internet. La prima persona che si è iscritta al Coderdojo di Roma due anni fa è stata una bimba di otto anni. I suoi genitori non sapevano nulla. Ha letto, ha scelto e si è iscritta”. Poi i suoi sono stati avvertiti e, dopo le spiegazioni del caso, hanno approvato l’iniziativa della figlia.

Giuseppe fa il dentista a Roma, ha un figlio di 12 anni che già da un anno frequenta il CoderDojo. E’ molto portato per le tecnologie, e per entrambi imparare il coding è un’occasione importante. “Io non riuscivo a seguirlo – continua Giuseppe – mio figlio era entusiasta di nuovi linguaggi informatici, mi parlava di software open source. Io cercavo un manuale delle istruzioni, meglio ancora un manuale di carta. Ditemi come si fa e lo faccio, sono abituato a riparare a risolvere trovando soluzioni. Ma con il coding non funziona così”.

di Loredana Oliva