Le cose sono andate così: il 21 marzo scorso Sergio Caputo, dalla sua pagina Facebook, se la prende, senza giri di parole, con Radio 105, rea di non volergli passare alcun brano del suo ultimo disco “Pop, Jazz and Love”. Il cantautore pubblica uno status che recita esattamente in questo modo: «Comunico a tutti che – come mi informa il mio ufficio stampa – Radio 105 non passerà alcun brano del mio nuovo album “Pop, Jazz and Love” in quanto “non in linea con la radio”. Ne consegue che ciò che si sente in alcuni network non nasce dai gusti del pubblico, ma da un filtro dai criteri quantomai oscuri esercitato da – tipo – due o tre persone che decidono quali artisti debbano esistere e quali no. In attesa di spiegazioni, consiglio cortesemente a tutti i miei estimatori di non ascoltare più questa radio».

Ieri, poi, Caputo ha rincarato la dose, pubblicando un post dal titolo “Radiopoli” sul suo blog personale, in cui si scaglia contro le motivazioni fornite dall’emittente: «In che modo il mio nuovo album non sarebbe compatibile con la linea editoriale di 105 è al di là della mia capacità di intendere. […] Il fatto è che – lo sanno in molti ma nessuno lo dice – c’è una lobby delle radio che decide chi nella musica debba esistere e chi no».

E poi giù l’affondo: «E arriviamo al punto. Lo sanno tutti e nessuno lo dice: c’è una lobby di radio che si sono unite per dominare la musica, la discografia, le edizioni, inzuppare il biscotto nel live, e guadagnare percentuali di vario tipo dagli artisti che mettono in onda. C’è una etichetta discografica associata a tre grossi network in particolare (indovinate voi quali), e guarda caso quelle radio trasmettono solo gli artisti che ne fanno parte (ed eventualmente quelli enormi che non è possibile ignorare per questioni di audience). Ci sono artisti di questa etichetta che scrivono i pezzi di tutti gli emergenti. Ma se sei un emergente non sponsorizzato, non hai nessuna possibilità di passare in radio. Questo in termini schietti si chiama monopolio, e in Italia sarebbe proibito, ma nessuno parla. Perché? Omertà».

Poche righe sopra, Caputo tocca il tasto dolente della competenza musicale di chi dovrebbe scegliere i pezzi da mandare in radio, e così formare un gusto, fare tendenza e opinione e scoprire anche nuovi artisti meritevoli. In sintesi: una volta c’erano i dee-jay che sceglievano cosa mandare e quando mandarlo, ed essere passati o no in radio dipendeva da persone che masticavano di musica. Ora ci sono programmazioni contrattuali e i dee-jay sono diventati banali esecutori, quando non volgari intrattenitori.

Quest’ultimo punto è molto interessante: Caputo lascia intendere che la libertà di scelta di dee-jay che ascoltino musica da che sono al mondo, che abbiano competenza, un ben strutturato senso del gusto e conoscenza del target e del funzionamento dell’ascolto radiofonico, diventa vera e propria critica musicale militante e una delle poche cose che potrebbe salvaguardare l’arte della canzone.

Oggi in Italia se non passi in certe radio o non sei in televisione, praticamente, non esisti. Rari sono i casi che vanno in controtendenza e, in definitiva, sono eccezioni che confermano la regola.

Diciamoci la verità, in una cosa ha sicuramente ragione Caputo: questi argomenti non li scopriamo di certo oggi. La verità è che il cantautore con questo messaggio tocca nel vivo uno dei nervi scoperti del sistema italiano in materia di canzoni, morente discografia e uffici stampa influenti: l’ipocrisia del giudizio musicale di certi addetti ai lavori, per i quali seguire la propria “linea editoriale” significa passare esclusivamente gli artisti che il pubblico si aspetta, sempre gli stessi e praticamente sempre con la stessa canzone. E significa, anche, non rischiare: mai, in nessun caso.

Come direbbe Ivan Graziani, tutto questo cosa c’entra con il rock’n’roll?