Imprenditori truffati da finanziarie fantasma, clienti derubati dalle banche, consumatori ingannati da ladri digitali. In Italia la criminalità economica è in aumento più che nel resto d’Europa: frodi fiscali, truffe, contraffazioni, crimini informatici, bancarotte e fallimenti programmati mietono ogni anno centinaia di vittime per milioni di euro di danno. Eppure continuano a non fare notizia. Secondo PriceWaterhouseCoopers (Pwc), società di revisione e consulenza presente in 158 Paesi nel mondo, negli ultimi tre anni in Italia il fenomeno delle frodi economico-finanziarie è cresciuto del 6%, colpendo un’azienda su quattro. E il sociologo Maurizio Fiasco avverte: “In Italia viene denunciata solo la metà dei reati. Nel nostro paese la galassia dei delitti è cresciuta anche grazie a delinquenti da strapazzo capaci di mandare in rovina decine di imprenditori, commercianti e risparmiatori. Ma l’allarme sociale non scatta perché da 10 anni nessuno raccoglie più questi dati”.

Basta scorrere la cronaca degli ultimi mesi per farsi un’idea del fenomeno. A partire dal recentissimo scandalo che ha travolto il presidente del Parma Calcio, Giampiero Manenti, accusato dalla Procura di Roma di voler risanare le casse della squadra affidandosi ad un gruppo specializzato in frodi informatiche. Gli esperti di cybercrime avrebbero procurato il denaro al Parma Calcio, 4 milioni e mezzo di euro, attraverso carte di credito clonate e conti correnti hackerati. Ma gli esempi potrebbero essere moltissimi. A dicembre le Fiamme Gialle di Torino hanno arrestato il vicecomandante generale della “Croce Rossa Garibaldina” Antonio Morrone, accusato di aver truffato almeno una trentina di imprenditori italiani e stranieri che erano andati a cercarlo nel cuore di Budapest, nei suoi lussuosi uffici, per consegnargli quei 6 milioni che servivano ad attivare un agognato finanziamento di 200 milioni. Che nessuno però ha mai ricevuto.

Senza dimenticare le migliaia di consumatori vittime di quella che è stata battezzata come la “Truffa di Natale”, ovvero la finta vendita online di materiale informatico, per il valore di 500mila euro, che gli acquirenti hanno pagato sul web e mai ricevuto. Le aziende online facevano riferimento a Italia Digital, che dopo aver messo assieme il bel gruzzolo ha chiuso battenti e comunicazioni lasciando tutti a bocca asciutta. Ci sono poi i clienti della HAAB (Hypo Alpe-Adria-Bank) di Udine, vittime di un gruppo di 7 dirigenti dell’istituto di credito che, secondo le indagini delle fiamme gialle, manipolavano il software della banca per incassare interessi superiori rispetto a quelli previsti dai contratti dei mutui. I “fattori correttivi” applicati a partire dal 2004 ad oltre 54.000 contratti avrebbero consentito alla banca di introitare illecitamente almeno 88 milioni di euro, con truffe in danno di singoli clienti di oltre 150.000 euro. O le centinaia di imprenditori in crisi di liquidità finiti nella trappola di due fratelli genovesi che facendosi passare per italo-francesi, con gli pseudonimi Patrick e Dennis Corvelli, si spacciavano come referenti di fantomatiche società statunitensi, con base operativa in Costa Azzurra, e promettevano finanziamenti a tassi di interesse particolarmente convenienti. Per promuovere la loro attività avevano persino pagato inserzioni pubblicitarie su quotidiani nazionali e riviste specializzate. Il trucco era semplice: si facevano consegnare 48mila euro per ogni milione di promesso finanziamento. Rilasciavano false garanzie e ricevuto il denaro diventavano irreperibili. Le fiamme gialle hanno ricostruito un giro di affari di circa 2 milioni di euro.

“Quel che noi conosciamo non è che la punta di un iceberg” continua Fiasco, che proprio in questi giorni sta aggiornando per la Camera di Commercio di Roma la sua Guida alla prevenzione della criminalità economica. “Oggi il problema principale è rappresentato dall’area sommersa di delitti non denunciati” spiega. “La criminalità economica spesso sfugge al controllo sociale perché non è percepita come una minaccia alla sicurezza. Anche se è capace di mandare sul lastrico centinaia di persone”. Le vittime delle truffe restano spesso sole, e non denunciano, poiché oltre al danno vivono la beffa di vedersi attribuire la responsabilità di essersi fatti fregare. “E il tasso di condanna definitivo per truffa si aggira attorno all’1 per cento”.

“La crisi esclude dal prestito molte imprese e queste finiscono nelle braccia di organizzazioni specializzate, diffuse capillarmente, che sfruttano il basso grado di competenza finanziaria degli imprenditori per derubarli” continua Fiasco. Secondo l’edizione 2014 della Economic Crime Survey di PWC, l’Italia registra un aumento delle frodi economico-finanziarie del 6%, con il 23% delle imprese che dichiarano di esserne state vittime. Le aziende più colpite sono quelle del settore manufatturiero (67%), energia e utilities (43%) trasporti e logistica (40%) e servizi finanziari (28%). La frode più diffusa è l’appropriazione indebita, seguita dalle frodi informatiche e le frodi contabili. Secondo il sondaggio l’autore delle frodi è spesso un soggetto interno all’azienda, tra i 41 e i 50 anni, con un titolo di studio tra la scuola secondaria e la laurea. A ulteriore dimostrazione del fatto che, come ribadisce Fiasco, “la criminalità economica è prevalentemente una criminalità specializzata”.

Ma perché questo fenomeno continua a non fare notizia? “Perché si tratta di reati a “bassa temperatura”, anche se molto diffusi, e perché il modo in cui oggi vengono raccolti i dati sui reati è alla base di una gigantesca mistificazione” denuncia il sociologo. “Da una decina d’anni le statistiche giudiziarie dell’Istat, che pure non erano del tutto soddisfacenti, sono state smantellate”. Il compito di raccogliere i dati è passato ai ministeri della Giustizia e dell’Interno, ma l’attività delle amministrazioni pubbliche è finalizzata più ad aspetti organizzativi che di conoscenza. “Oggi le statistiche non ci restituiscono i dati sulle parti offese, ad esempio, e manca un sistema di valutazione oggettivo del lavoro di polizia”. Sui dati e sull’allarme sicurezza si giocano partite elettorali che poco hanno a che vedere con quel che accade realmente. E questo genera una lettura distorta della realtà oltre a “polemiche strumentali e retoriche dell’allarme sociale”. “Perché poi – conclude Fiasco – si vive anche il paradosso delle statistiche che non tengono conto del sommerso. Perché dove si crea un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni crescono le denunce e, quindi, sembra che aumentino i reati”.

E allora la ricetta resta una sola. “Conoscere quanto si agita nella realtà e un indirizzo politico che orienti l’opera di polizia fuori dalla logica delle finte emergenze”. Perché in tempi di Open data l’analisi obiettiva di quel che accade “non è solo un fatto di conoscenza, che pure non è da disprezzare, ma di trasparenza, qualità ed equità delle pubbliche amministrazioni nei confronti dei cittadini”. Cittadini che oggi si sentono, e sono, sempre più soli e truffati.