Io sono donna tutto l’anno. Non solo l’otto marzo. Niente mimose per la mia festa, né corpi di uomini a servirmi soddisfazione giusto per una serata con le amiche. Sono donna quando vivo, respiro, lavoro, accarezzo, guardo, tocco, amo. Lo sono se faccio sesso con un’altra donna, se non voglio figli e se abortisco. Lo sono quando voglio un figlio e non mi è consentito perché sono lesbica o mio marito è sterile.

Sono una donna se sono trans, lo sono anche se il mio corpo non è mestruato, se è in trasformazione, se mi chiamavo Antonio e domani mi chiamerò Giulia. Lo sono quando cerco lavoro, se sono senza lavoro, se subisco molestie sul lavoro, se sono io a fare mobbing a una collega. Sono una donna quando sono vittima e lo sono altrettanto se sono carnefice. Quando cresco un figlio o lo ammazzo. Quando amo stare con un uomo o lo lascio.

Sono una donna che va a fare la spesa o che odia essere una casalinga. Lo sono se amo la famiglia o se mi sembra tutta una gran stronzata. Sono una donna se faccio sesso alla missionaria o se mi piace essere legata e frustata. Se mi piace guardare il porno o se mi sembra sciocco e noioso. Se mi piace farmi penetrare o penetrare qualcun altr@. Se sono etero, lesbica o bisex.

Sono una donna se mi vesto dalla testa ai piedi o se indosso appena un lembo di un tessuto trasparente. Se la mia voce è acuta e il mio orgasmo può essere udito da lontano o se mi piace sussurrare e dichiarare il mio fastidio per un certo rituale.

Io sono donna in mille circostanze, lo sono a prescindere dai limiti imposti da qualcun@. Perché non esiste la “vera” donna in quanto è impossibile tracciare un limite alla donnità. Se l’esser donna però diventa presupposto per un donnismo irrispettoso delle singole posizioni allora non so più neppure se vale la pena dichiararmi donna. Sono persona, senza aderire a un genere fisso, e rivendico le mie differenze da altre che vivono culture per me inconciliabili, femminismi irricevibili, intolleranze insopportabili. Sono persona che è diversa da te e te e anche da te perché sono precaria e tu forse non lo sei, perché appartengo al sud del mondo e non è detto che tu possa capire, se non con l’altezzosa attenzione coloniale. Sono persona che ha cultura, colore della pelle, appartenenza a comunità diverse. Mi riconosco in un’idea che coltivo da cagna sciolta, senza farmi fagocitare da un branco, perché le galere, tutte, mi danno un gran fastidio e se essere donna significa contribuire ad ampliare carceri e a irrigidire pene detentive allora io rifiuto di chiamarmi donna perché, in quanto donna, dovrei rispondere di una serie di scelte ignobili che non condivido.

Mi sento persona che combatte per un diritto che credo non sia solo mio: quello all’ascolto, qualunque cosa io abbia da dire e qualunque scelta io possa voler fare, perché che io sia una suora o una puttana, che sia una studentessa o una ricca ereditiera, che io sia una valletta televisiva o una sex worker, una rappresentante istituzionale, una combattente kurda che vigila sulla libertà a Kobane, una partigiana, antifascista, antirazzista, che io sia una che ha istinto materno o anche no, una che pesa tanto o poco, che si trucca o manco per niente, che lavora tutto il giorno o preferisce lavorare poco, che si assume la responsabilità delle proprie azioni o viene assolta a priori in quanto donna, ho diritto ad essere ascoltata. Io ho diritto di rivendicare quel che a me serve e ho diritto di chiedere rispetto per tutte le mie libere scelte.

Nessun@ dovrà o potrà mettere in discussione quel che sono o quel che faccio solo perché a te non va di guadagnare con la fellatio o perché non ti interessa fare la badante e aver cura dei vecchi. Io sono quel che scelgo di essere e ho il sacrosanto diritto, prima ancora di essere considerata persona, di veder riposta fiducia in me, perché se continuerete a trattarmi da bambina, incapace di intendere e volere, se dovrò sempre e solo aderire alle battaglie in nome di valori che non sono neppure i miei, se vedrò negato il mio diritto di manifestare le mie differenze perché perfino il femminismo è diventato un dogma, allora l’otto marzo ho ben poco da festeggiare.

Non mi metterò in fila al corteo condotto dalle rappresentanti istituzionali dei partiti della maggioranza. Diserterò le passerelle per politicanti e affini. Vivrò la mia battaglia esattamente come faccio tutti i giorni. Per ottenere il diritto di aver voce e autorappresentarmi, per dare voce a chi non ce l’ha. Per difendere il diritto a praticare un sesso sporco o a frequentare le donnacce. Diserterò le sante marce per la salvezza delle fiche vittimiste perché alzerò il braccio per andare in lotta.

Lotta per un reddito per tutt*, per casa e lavoro per chiunque, per la fine della discriminazione per precari, poveri, uomini, donne, migranti, gay, lesbiche, trans e sex worker. Lotta per cose concrete e che non sia tutta una fumosissima guerra per coprire centimetri di pelle per tutte le donne. Perciò, mie care, esattamente come avviene in mille altre occasioni, auguro a tutte, fuorché a quelle che vorrebbero dirvi come vivere e vi giudicano per controllarvi, un mondo di cose bellissime, straordinarie, favolose. Auguro la libertà, la possibilità di veder rispettata la vostra autodeterminazione. Auguro a voi tutto quello che volete. Lo auguro a voi, e un po’ anche a me.