neiMoltiMondiÈ molto di più che un’opera multimediale questo strepitoso Nei molti mondi (Sossella, 2014), pubblicato sotto il nome collettivo di ResiDante ed orchestrato dalla sagacia visionaria di Gabriele Frasca, poeta e romanziere, traduttore di Philip Dick e Samuel Beckett e soprattutto studioso attentissimo dei new media e delle trasformazioni che essi incessantemente inducono nella nostra realtà e nel nostro modo di rappresentarla artisticamente e letterariamente.

Esso è piuttosto un oggetto ‘pluriverso’ in cui letteratura, musica e video si riflettono reciprocamente, distorcendosi. Un’arte misura l’altra, falsandola nel momento stesso in cui decide di conoscerla, di ‘misurarla’, proprio come accade con le particelle sub-atomiche studiate dalla teoria quantistica.

Attorno e a partire da un notissimo racconto di Dick I Hope I Shall Arrive Soon, che racconta la strana storia di un uomo in viaggio verso un pianeta lontanissimo, la cui ibernazione però non funziona del tutto e dunque rimane cosciente, condannato a un allucinato dialogo con il computer di bordo che gli parla per non farlo impazzire, Nei molti mondi costruisce una complessa architettura artistica composta da un videodramma ‘a spettatore unico’ (diretto da Guido Acampa e sceneggiato da lui e Frasca), un radiodramma (di Frasca, Nino Bruno e Massimiliano Sacchi) e un opera musicale (di Bruno e Sacchi).

Il rapporto tra videodramma, radiodramma e opera sonora, o tra parole, immagini e suoni, individua un oggetto artistico spiccatamente ‘quantico’, portato cioè a comportarsi come le particelle subatomiche, a volte come onda, altre come particella: inafferrabile.

Da questo punto di vista, si potrebbe dire che Nei molti mondi può essere descritto, in linea di principio, solo come una ‘funzione d’onda’, che si realizza solo al momento della sua osservazione (fruizione). Non a caso è Frasca stesso, nello scritto introduttivo, a fare riferimento all’universo delle teorie fisiche quantistiche.

In realtà il rapporto tra letteratura, arte e fisica dei quanti è assai più stretto di quanto si possa immaginare, poiché essa mette in crisi praticamente tutte le nostre idee più profonde ed intuitive su ciò che è vero ed è reale e coinvolge, dunque, immediatamente e integralmente il nostro modo di raccontarlo e rappresentarlo.

Nei molti mondi pone, implicitamentemente, quello che qui definirei il problema di un approccio ‘quantistico’ al vecchio, ma mai risolto, problema del ‘realismo’.

Se si guarda al mondo dal punto di vista assolutamente controintuitivo e non deterministico svelato dalle equazioni di Plank, Bohr, Heisemberg, Schrödinger, De Broglie e Dirac, cioè abolendo del tutto la credibilità dei sensi e della loro capacità di percepire, di intuire il mondo e il suo comportamento, cosa ne sarà del realismo; cosa della narrazione, se a causa non necessariamente seguirà effetto?

Come (e con quali media) si racconta una storia, a partire dall’assunzione che ciò che noi percepiamo del reale è prima di tutto il disturbo della nostra percezione e, solo dopo, una serie di immagini (di pensieri) che saranno contemporaneamente vere e false?

Come (e con quale progetto diegetico), se l’aleatorietà sostituisce la causalità, se non ci sono fili (diegesi) a cui aggrapparsi per giungere allo ‘scioglimento’ della storia, se non seguire il digredire costante dell’àpeiron?

A voler tenere il fuoco sul bellissimo videodramma che certamente è il baricentro di tutta questa complessa ‘rete’ artistica, le voci di Frasca e del bravissimo Raffaele Ausiello ci conducono in un viaggio ipnotico e inquietante nel passato di Victor Chemi (così trasformato nella sceneggiatura dall’originale Mr. Kemmings), le loro voci biascicate mescolano brani del racconto originale di Dick, con altri brani provenienti da svariati scritti dell’americano, basti qui citare i celeberrimi Valis e The Transmigration of Timothy Archer, le intessono con testi originali di Frasca, il quale davvero fa il ‘rapsodo’: cuce, interpola, interpreta, svolge il filo della narrazione dickiana in uno speculare, schizoide dialogo tra uomo e macchina, una macchina che per poter dialogare può solo derubare l’uomo di ogni suo ricordo, come un ladro che prima svaligia un magazzino, per poi rivendere la merce al derubato; un lungo discorso ‘biforcuto’, in cui alla voce di Dick si accompagna quella di Frasca e l’eco di molte altre, quella di Beckett, ad esempio, e quella di Lacan; un dialogo che infine si avvolge su stesso, come se il pensiero non riuscisse a pensarsi, in assenza di corpo e di sensazioni.

Esso racconta cioè (memore tanto di Leopardi, quanto di Beckett) della totale materialità del pensiero, pena la sua insopportabilità: Victor non si sopporta più pensante, proprio a partire dalla mancanza del supporto di ogni pensiero: il corpo.

La storia, le storie, dunque non terminano, piuttosto scivolano via lungo la curvatura dello spazio-tempo, si allontanano in universi paralleli, come sembra suggerire la teoria avanzata dal fisico David Lewis per risolvere il paradosso del perché – come pure dovrebbe – non avvenga il cosiddetto collasso quantistico, perché, cioè, tutto non precipiti su tutto, annientandosi.

Le immagini, dunque, non sono mai là a “illustrare” le parole, piuttosto a spiazzarle, a inserirle in un ‘reale’ percepibile e immaginabile solo ‘probabilisticamente’.

Da questo punto di vista cambia poco che il setting delle immagini sia Napoli, piuttosto che Los Angeles.

Ma questo videodramma non è nato per essere proiettato in sala, così come le sue musiche e i suoi testi non sono nati per essere eseguiti in un teatro: esso vuole essere fruito come un libro, all’interno di un rapporto esclusivo, vis à vis, in quello che Frasca chiama uno spazio “claustrofilmico” ed è così che è stato presentato alla Galleria Civica di Modena alcuni mesi fa : due box insonorizzati, con cuffie audio e schermo, una poltrona inclinata dove stendersi in una posizione simile a quella del protagonista ibernato, un solo spettatore alla volta, da solo, per guardare un film, 80 minuti di video come se si leggesse un libro, separandosi dal mondo esterno, immergendosi completamente, ed in solitudine, in una narrazione fatta di parole, suoni, immagini, perché avvenga una totale immedesimazione.

Esso è, insomma, un esempio di quella che potrebbe essere domani (e forse è già oggi) ciò che normalmente chiamiamo narrazione letteraria, o addirittura ‘romanzo’.

Qualcosa di più simile a un video-clip, o addirittura a un videogioco che qualcun altro gioca per noi. Farne esperienza è, evidentemente, decisivo.