Sanremo 2015 - 65mo festival della canzone italianaC’è un linea sottilissima che separa la simpatica goffaggine dall’imbarazzante inadeguatezza. E qualcuno dovrebbe spiegarlo ad Arisa. Con parole semplici e magari facendosi aiutare da supporti grafici, ma bisognerà farlo sul serio, prima o poi.

Il brutto anatroccolo che nel 2009 aveva conquistato tutti con Sincerità si è evidentemente infighito. Trasformazione fisica notevole e un sex appeal cresciuto vertiginosamente come il Pil della Cina negli ultimi anni. E ok, è cosa buona e giusta. Perché sarà pur vero che bisogna essere belli dentro e bla bla bla, per carità, ma anche l’occhio vuole la sua parte.

L’extreme makeover di Arisa, però, ha comportato anche un deragliamento totale e a tratti imbarazzante dal punto di vista caratteriale. Mai stata personaggio facilmente gestibile, questa è cosa nota, ma ultimamente c’è da mettersi le mani ai capelli. Nel corso di un Festival pulsante quanto l’elettrocardiogramma di una statua di gesso, la cantante lucana ha dato il peggio di sé sia in conferenza stampa che sul palco dell’Ariston. Ieri mattina, durante la conferenza stampa quotidiana sul Roof dell’Ariston, ha parlato di mestruazioni e di cacca, dando sfogo a un inedito lato pulp che avrebbe fatto godere di gusto Quentin Tarantino. E poi, nel corso della diretta della terza serata, è andato in scena il siparietto più triste. Arisa si è fatta male a un ginocchio e si è curata, parole sue, con un anestetico (“E’ come un antidolorifico, no? Comunque lo consiglio a tutti”) prescritto da tale dott. Ferlito (che a quanto pare nel frattempo è scappato in Nicaragua dopo la figura di cacca, eccola che torna, in Eurovisione). Carlo Conti ha riso parecchio, per la prima volta spontaneamente, peraltro, ma in Sala Stampa gli sguardi dei giornalisti erano attoniti e increduli.

Arisa non ha filtri, non ha freni inibitori, e ormai da tempo (ricordate il furioso “Sei falsa Simona, cazzo!” in diretta a Xfactor?) non riesce a darsi la classica e provvidenziale regolata. La simpatia che provocava fino a qualche anno fa si è trasformata in compassionevole tenerezza. Peccato, perché la voce è notevole, qualche pezzo della sua discografia più che gradevole. Ma visto che non sei un rocker maledetto degli anni Sessanta e neppure, molto più modestamente, Morgan, l’effetto che produce Rosalba Pippa perennemente sopra le righe non è affascinante ma ridicolo.

Salvate il soldato Arisa, per carità. O almeno salvate noi: fatela cantare quanto le pare, anche 24 ore su 24, ma alla fine di ogni esibizione spegnetele il microfono e congedatela in tutta fretta. Per il suo bene, oltre che per il nostro.