Sarà la giunta per le immunità parlamentari di Palazzo Madama a decidere se il senatore Carlo Giovanardi dovrà essere processato per diffamazione aggravata nel caso Aldrovandi. Dopo la chiusura delle indagini da parte del pm Stefano Longhi, il gip del tribunale di Ferrara Monica Bighetti ha chiesto al Senato l’autorizzazione a procedere in giudizio nei confronti di Carlo Giovanardi.

Il senatore Ncd è accusato di diffamazione aggravata per le frasi rilasciate durante un’intervista al programma radiofonico “La Zanzara” su Radio 24. Era il giorno successivo al famoso sit-in del sindacato di polizia Coisp contro la carcerazione dei poliziotti condannati per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi. La madre del ragazzo, Patrizia Moretti, scese in strada mostrando ai sindacalisti la foto del figlio morto, steso sul letto dell’obitorio. Sentito in diretta dal conduttore Giuseppe Cruciani, Giovanardi si lanciò in una uscita che fece scalpore: “Quella foto che ha fatto vedere la madre è una foto terribile, ma quella macchia rossa dietro è un cuscino. Gli avevano appoggiato la testa su un cuscino. Non è sangue”. Quanto bastava per convincere la Moretti a querelarlo per diffamazione aggravata.

Quella foto, infatti, era vera, ed era entrata nel fascicolo del dibattimento tra gli atti processuali. E l’infelice affermazione del senatore secondo la procura lasciava intendere che la madre del ragazzo avesse distorto la realtà per “indurre artatamente nell’opinione pubblica un falso convincimento in ordine alle condizioni del cadavere del ragazzo”. Tutte frasi che secondo la magistratura estense integrano il reato di diffamazione aggravata.

Insieme a Giovanardi sono indagati anche il segretario nazionale del Coisp, sindacato di Polizia, Franco Maccari, e l’ex senatore ferrarese di FdI Alberto Balboni. Nel corso del congresso regionale del Coisp, tenutosi a Ferrara dopo il sit-in Maccari affermò di fronte alla platea dei sindacalisti “in maniera consapevole e volontaria o comunque senza verificare la fondatezza delle proprie affermazioni” – scrive il pubblico ministero – che “quella foto non è stata ammessa in tribunale perché non veritiera”. Rincarò la dose Balboni, senatore ferrarese ex Pdl ora Fdi: “La foto non corrisponde alla verità, è stata usata dal Manifesto (in realtà era Liberazione, ndr) per una campagna di disinformazione ma è una falsificazione della realtà”.