Una grande epopea in stile “Via col vento”. Una grande corsa a ritroso nel tempo, dentro il Tempo, un dissolvere la nebbia degli ultimi quasi tre secoli, partendo dal 1735 fin su a salire ai giorni nostri. E’ la storia di un’idea illuminata, è la storia del progresso, di chi crede in qualcosa che non esiste, nell’isola che non c’è, e si impegna affinché un giorno possa esserci, è la storia di un paese, ma anche la Storia di un Paese, la storia di una comunità, di una società, di lotte e rivendicazioni, di comunanza e di cittadinanza.

Ginori”, ideato e diretto da Dimitri Milopulos (che ha ripreso vigore e creatività testimoniata anche da “Firenze”), ripercorre fin dagli albori della nascita, la costruzione e le vicende legate non soltanto alla Manifattura Richard Ginori, ma soprattutto il suo legame indissolubile, il suo doppio filo, il suo cordone ombelicale con decine di generazioni di lavoratori di Sesto Fiorentino. Ed è la storia di un’idea, della lanterna della scoperta e della conoscenza di Diogene che riesce a far luce sul buio, nel nero dell’ignoranza. E’ l’alba di un nuovo giorno, è il passaggio delle stagioni, è il credere in un sogno attraverso prove e tentativi, sbagli, cadute e risalite, senza mollare mai la presa.

A quadri, a flash back, palleggiando tra i vari momenti e scadenze e date di ieri, con l’oggi in un ping pong d’emozioni, in un filo rosso che tiene strette le persone attorno non tanto alle mura, al nome dell’azienda ma quanto a chi ha dato creatività e salute (si moriva di silicosi per le polveri sottili prodotte dalla lavorazione della porcellana), occhi per dipingere le miniature. Le parole sono importanti. Hanno un loro senso e perché. I sinonimi storpiano. La Ginori non è una fabbrica né una ditta, non è un’industria né un’azienda; la Ginori è una Manifattura. Le cose, gli oggetti hanno un’anima proprio perché vengono realizzati con le mani dei suoi operai.

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Ai lati del palco allungato, che sembra entrare come cruna d’ago dentro il Passato, dentro quel grande cancello aperto che fa da fondale e spartiacque, da colonne d’Ercole e limite e frontiera, tanti alberi seccati. Sembra di incedere dentro uno dei tanti gironi infernali danteschi. Milopulos non ha smorzato gli spigoli, non ha sottratto al racconto le sue parti più controverse, le morti sul lavoro, gli scioperi, i cortei, gli spari sulla folla che protestava, i licenziamenti, non ha addolcito la pillola, non ha smussato gli angoli, non è stato accondiscendente con il Potere. Emerge una grande umanità, come spremere un’arancia in controluce, ne esce un succo acido ma rinsaldatore, fresco, ancora da mungere, ricco di energie.

Ed è quanto meno strano ed insolito che sia proprio uno straniero, Milopulos è greco nato a Salonicco, anche se a Firenze da oltre venticinque anni, ad averne colto lo spirito più intimo, ad aver voluto tastare con mano il magma incandescente che brucia sotto le ceneri delle fornaci, andando a sollevare un Vaso di Pandora che per molti, nel comune dove è ubicato il Teatro della Limonaia, è ancora ricordo vivo o tabù o ferita aperta. Un’opera collettiva e mastodontica e impegnativa con oltre una ventina di interpreti, dagli attori storici (Marcella Ermini, la sua risata è un pezzo di bravura, Monica Bauco, madre di Carlo Lorenzini in arte Collodi, appunto sestese di nascita, Daniele Bonaiuti nei panni dell’anziano-collante della storia, commovente e tenace senza patetismi di sorta, Roberto Gioffrè sconfitto e deluso, pragmatico e poetico, Daniela D’Argenio anima candida e resistente) agli allievi della scuola (un paio ci hanno davvero colpito per intraprendeza) fino ai bambini, speranza nel testo e futuro del teatro, sestese e non.

Si sente il vento che sferza i secoli e trascina e tracima e porta via in un carillon di tocchi leggeri che vanno a sondare sotto pelle, trasversalmente, universalmente. Ecco che Milopulos, con interventi semplici, è riuscito ad entrare dentro le storie di tutti, dentro i grandi temi dell’uomo, la rivincita, la sconfitta, la non rassegnazione, la lotta per la giustizia sociale, il battersi, il non nascondersi, lo schierarsi. Ed in questa ascesa e caduta sta l’esistenza, su questa altalena i personaggi atemporali di “Ginori”, su queste Montagne Russe siamo sballottati, miscelati come cocktail, come la forza degli antenati che spingono.

Alcune scene di rara purezza, come i tavoli da “Classe morta” kantoriana che scendono dall’alto o le immagini frontali e sfrontate di una massa agguerrita che in uno stile rockeggiante tra “Thriller” di MJ e l’avanzata senza timori del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, scalfiscono la polvere sedimentata, suscitano moti interiori sul chi siamo, da dove veniamo, sui sacrifici, sul non abbassare mai la guardia rispetto ai diritti conquistati che qualcuno, in ogni era, vuole rimettere in discussione.

Un lavoro imponente ed ambizioso, un lavoro che parla di radici, di profondità, di quell’humus che si è perso, di quel sentirsi gruppo in comunione, unico respiro e non singoli rantoli. Sestese era Pinocchio, ma anche Alfredo Martini che di salite ne ha scalate, ma anche Mario Luzi, ed ancora l’attore Fosco Giachetti, il pittore Pietro Bernini padre del più famoso Gian Lorenzo.

Adesso, per Dimitri Milopulos, si aprono le porte del musical in stile “Miserabili”. Dopo questa prova, non si può più esimere dallo sperimentare, non si può più tirare indietro: le fondamenta le ha già gettate, l’ancora adesso è sul ponte e gli ormeggi mollati. Se c’è stato un “Io sono berlinese” e un “Io sono newyorkese”, oggi ecco “Io sono sestese”. Anche per chi non lo è. Non è certo una questione geografica né di cittadinanza.