Finalmente la minoranza dissidente del Pd ha battuto un colpo vero. E l’effetto-domino che ha generato, al Senato e non solo, è nuovamente emblematico. Renzi, per vincere, ha trasformato il Pd definitivamente nella nuova Dc. Di più, anzi di meno: nella nuova Forza Italia. Non senza scaltrezza, ha capito che in un paese a maggioranza centrodestrorsa, per vincere, il Pd doveva appunto diventare di centrodestra. Lo ha fatto, spericolatamente, e (complice un astensionismo record) ha stravinto le Europee.

Di fatto è un voto di scambio legale: dare via i voti di sinistra in cambio di quelli di centrodestra. Se è vero che, per governare, bisogna cercare anche il consenso altrui, Renzi è andato appena oltre: ha cercato solo il consenso “altrui”. Infatti i più entusiasti di lui sono i Sallusti e i Ferrara. E infatti, alle Primarie del Pd, vanno a votare anzitutto quelli di destra, proprio perché sanno che i loro rappresentanti veri sono lì. Ovviamente, poiché molti voti del Pd sono di tipo fideistico, un po’ come andare a Messa (“Voto Pd perché una volta era il Pci”), molti hanno votato – e voteranno – Renzi pur essendo elettori di sinistra: perché c’era Bersani, perché c’era Civati, per ricordo delle Feste de l’Unità che furono e perché secondo loro non c’era alternativa.

Ora, con ritardo tipico della sinistra italiana, i Gotor e le Puppato si sono resi conto che la misura è forse colma, e hanno preso a pretesto un aspetto dell’Italicum – legge elettorale persino più vomitevole del Porcellum – per accennare lo strappo. E’ bastato questo per mandare in frantumi la assai teorica coesione del Pd, per cortocircuitare quel che resta di Forza Italia (con Fitto travestito da pasdaran) e per stimolare in Renzi la solita vena dittatoriale: “Si fa come voglio io, i numeri ci sono, gli altri si adeguino” (e viva il duce). Ovviamente, in cambio di soccorso, Berlusconi pretenderà altre cambiali, anzitutto un nome gradito al Colle e la delega fiscale per cancellare la sua condanna.

Nel frattempo Renzi resta in testa, ma ha perso più di 6 punti (dal 40% abbondante a meno del 35%), Salvini cresce enormemente e il M5S resta seconda forza nazionale sopra il 20. Renzi si sta rendendo conto che la tecnica “chiacchiere, ottimismo e distintivo” dopo un po’ annoia, persino in un paese geneticamente propenso a credere al primo bischero che promette di avere la soluzione politica in tasca. I risultati di questa situazione, con l’elezione del Capo dello Stato alle porte, sono molteplici. Tre, in particolare.

1) C’è una prateria sconfinata di consensi a sinistra: più Renzi mostra la sua faccia di pacioccone demoberlusconiano mannaro, più a sinistra si creano (tardive) falle di consenso. Quei milioni di elettori orfani di appartenenza possono andare al M5S, all’astensione o a una nuova forza di sinistra: Civati, Cofferati, Landini, ci siete?

2) In Liguria e nella lotta al Quirinale, i 5 Stelle rischiano una volta di più di essere impeccabilmente coerenti (su questo sono inappuntabili) ma di auto-condannarsi all’insignificanza. Se propongono un loro nome in Liguria (onesto ma carneade e senza chance) e optano per l’uomo dei sogni al Quirinale (tipo Di Matteo), vincono nuovamente il Premio di Pirro per l’utopia migliore, ma nel frattempo regalano assist agli adepti del Patto del Nazareno. E a quel punto, anche grazie alla non-tattica di 5 Stelle, le Paita e gli Amato vincono: espatriamo, in quest’ultimo caso.

3) Più la situazione va così, più Salvini cresce e permette a tutto il centrodestra di recuperare il distacco con il cosiddetto centrosinistra: in altre parole, Renzi è troppo arrogante per capirlo, ma sta lavorando per Salvini.

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