“Siamo una trentina e se il governo non fa marcia indietro sui capilista bloccati non votiamo l’Italicum”. “Non sono sotto il ricatto di nessuno”. Matteo Renzi contro la minoranza Pd, nuovo capitolo. L’ultimo scontro tra il premier e la frangia dei cosiddetti “dissidenti” si consuma in Senato, durante l’assemblea di gruppo in vista dell’approdo in Aula della legge elettorale. Da una parte Miguel Gotor, firmatario di un emendamento in cui si riduce la quota dei “nominati” previsti dal testo del governo. Dall’altra il presidente del Consiglio, già alle prese con l’ennesimo movimento tellurico registrato all’interno del Partito Democratico, scosso nei giorni scorsi dal polemico addio di Sergio Cofferati, che ha lasciato il partito sbattendo la porta dopo il caso dei presunti brogli nelle primarie in Liguria.

Il modo in cui si sono salutati pochi minuti prima dell’inizio dell’assemblea faceva presagire l’arrivo della tempesta: “Saluto il mio nemico preferito“, sorrideva teso Renzi stringendo la mano al bersaniano. Ma la bufera era nell’aria da giorni. Il 13 gennaio 37 senatori dem, tra cui alcuni della maggioranza interna, presentavano una proposta di modifica che prevede le preferenze per tutti i candidati nei collegi, e dei listini bloccati su base regionale in cui verrebbero eletti il 30% dei deputati. L’emendamento ha come primo firmatario il bersaniano Gotor, che il giorno successivo lanciava il primo avvertimento: “La permanenza nella legge elettorale dei capilista bloccati impedirebbe di votare” la riforma. Il motivo: con i capilista bloccati, le preferenze varrebbero solo per il partito che vince l’elezione e ottiene il premio di maggioranza, mentre gli altri partiti eleggerebbero solo i capilista bloccati. La conseguenza sarebbe, ha aggiunto Gotor, che il 60% dei deputati sarebbero “nominati da tre-quattro grandi nominatori”. “Per quanto mi riguarda, posso affermare che non voterò l’Italicum” se questo aspetto dell’Italicum resterà invariato”, rincarava la dose il 17 gennaio.

L’ultimo avvertimento arriva pochi minuti prima dell’assemblea in Senato: “Vedremo quello che dirà Renzi, ma se mai non avremmo nessuna difficoltà a votare l’emendamento”. Quanti sono i dissidenti questa volta? “Siamo una trentina del Pd, ma poi in aula si vedrà. Renzi ha concesso tutto a tutti – prosegue Gotor con i cronisti – il diritto veto a Forza Italia, al Nuovo Centrodestra il 3%, al Movimento 5 Stelle tra la vendita di un tappeto e un altro ha prospettato qualcosa, ignora solo un terzo dei senatori del Pd. Renzi ha fatto il giro delle sette Chiese e non si è fermato alla parrocchia del Pd di cui dovrebbe essere il curato”.

La risposta di Matteo Renzi non si fa attendere. Ed è durissima: “Siamo di fronte a una battaglia delicatissima: non ci sono alternative all’Italicum. Sia chiaro: io cerco accordi con tutti fino all’ultimo, ma non sono sotto ricatto di nessuno”, ha detto il premier  ai senatori Pd durante l’assemblea. Quindi si è rivolto al firmatario dell’emendamento: “Caro Gotor, le tue parole di oggi contro di me sono ingiuste e ingenerose. Non si può usare un gruppo minoritario come un partito nel partito”. “Vi do disponibilità a discutere fino all’ultimo, rimandiamo l’inizio del voto a domani pomeriggio. Ma domani si chiude”, ha detto ancora il premier proponendo di tornare a vedersi martedì alle 12 con un conseguente slittamento dell’avvio del voto in aula al Senato “per evitare rotture” ma ha sottolineato con decisione che “adesso dobbiamo decidere e chiudere, se no c’è il Consultellum“. Proprio in chiusura di assemblea arriva il contro-avvertimento: “Domani alle 12” si decide “la linea del partito e basta. Diversamente non si va contro il Pd, ma certamente contro la sua segreteria. Atto stupefacente a una settimana dall’elezione del presidente della Repubblica“.