Siamo a metà gennaio. In questo periodo, solitamente, ci si lascia andare ai cosiddetti buoni propositi per l’anno a venire. A volte anche tenendo conto di quello che è stato l’anno precedente. In musica, questa parte dell’anno, è portatrice dei dati di vendita dell’anno precedente, e dei conseguenti ragionamenti sullo stato dell’arte. Bene, leggendo i dati forniti dalla Fimi, verrebbe innanzitutto da ritirare la parola arte dalla precedente frase, poi verrebbe da dire che qualcosa in effetti sembrerebbe sulla via del cambiamento.

Mi spiego, i nomi presenti in classifica sono sempre quelli, nel senso, quelli che uno della mia età si potrebbe aspettare. Primo è su maestà Vasco Rossi, col suo Sono innocente, secondi i Pink Floyd, con gli avanzi di magazzino di Endless River, poi è la volta della raccolta di Tiziano Ferro. Come dire, niente di nuovo. Niente di cui vergognarsi o meravigliarsi. A questo punto uno della mia età si augura di sbattere la testa, perché le notizie sono meno rosee di come ci si potrebbe aspettare, è infatti la volta del live dei Modà, del nuovo di Biagio Antonacci, dell’album d’esordio dei Dear Jack e di Four degli One Direction. Insomma, da mettersi le mani nei capelli. Chiude la top 10 degli album il trittico Coldplay, Gianna Nannini e Ligabue, come a voler rimandare all’anno prossimo, quando Mondovisione svettava sicuro di sé (a chiudere quella del 2015, quindi, ci sarà Sono Innocente di Vasco).

Vasco Rossi e Ligabue, quindi, con in mezzo i Pink Floyd, e tutta quella roba lì, e in quella roba lì ci mettiamo anche i Coldplay, non certo al loro meglio, e la Nannini, che col suo nuovo album, una improbabile raccolta di cover, non ci ha regalato del suo meglio.

Uno dice, ma non avevi parlato di un cambiamento? E non avevi, forse, con quell’accenno al cambiamento, fatto intuire che qualcosa di buono si vedeva all’orizzonte?
Sì e no. O no e sì.
Mi spiego meglio, qualcosa è realmente cambiato, e so che dirlo mentre Vasco Rossi e i Pink Floyd occupano le prime due posizioni sembra una sorta di contraddizione in termini, ma qualcosa è cambiato davvero. Manca infatti qualcosa in questa classifica, e questo qualcosa, col suo mancare, ci fa davvero ben sperare.
Che fai, dice, cerchi di creare un improbabile climax?
Scusate, mi sono fatto prendere la mano.
Non lo faccio più.
Spiego l’arcano.

Manca qualcosa, ma mancando uno potrebbe non farci caso, perché certe assenze uno poi le vive con sollievo, occhio non vede cuore non duole. È un po’ come col raffreddore, o peggio, con la nausea del popolarissimo virus intestinale che sta attanagliando in questo periodo l’Italia, ti accorgi che se n’è andato quando qualcuno te lo fa notare, perché tu, ormai abituato a non sentirti bene, tendi a fare il malato anche a virus passato. Nella classifica, infatti, almeno nelle prime dieci posizioni, manca il rap. Sì, quello che, stando a quelli che se ne intendono, a quelli che la sanno lunga, è la salvezza della nostra musica, anzi, ne è il futuro. Per rap, lo dico a chi fosse realmente appassionato del genere, non intendo il vero rap, quello che è nato come una delle discipline dell’hip-hop e che ha avuto, in Italia, rappresentanti più che dignitosi. Per rap, parlando delle classifiche dei nostri giorni, intendo quello che tutti i bimbiminkia all’ascolto avranno immediatamente identificato con quei tre, quattro nomi di moda fino all’altroieri. Di moda fino all’altroieri e oggi, sembrerebbe, già sulla via del tramonto. Sì, cari miei, nessuna traccia in Top 10, carta, o meglio Charts, canta. Chiaro, a dare uno sguardo al resto delle prime cento posizioni qualche nome si vede, ma fortunatamente niente di rilevantissimo.

C’è Fedez, all’undicesimo posto, forte del suo essere stato uno dei personaggi dell’anno grazie alla sua partecipazione in veste di giudice a X-Factor. Una forza, la sua, evidentemente non abbastanza consistente da portarlo in Top 10 (ok, un po’ c’entra il fatto che l’album è uscito nell’ultima porzione del 2014, condizione che però lo accomuna anche a Vasco, Pink Floyd e Ferro). Poi a salire ci sono i vari Club Dogo, Emis Killa, con la riedizione di un album dell’anno precedente, ma anche col tormentone Maracanà in canna, e c’è Moreno, che andrà a Sanremo con la speranza di riportare vita su un pianeta morto. Manca Fabri Fibra, che non è uscito, e J-Ax, vedi sopra, ma tutti gli altri blockbuster sono lì, e non sono finiti in classifica. I Club Dogo, che sembravano una certezza incrollabile, sono crollati. Boom. E anche Emis Killa. Ariboom. Moreno addirittura non pervenuto. Lo stesso dicasi per Rocco Hunt, nonostante la vittoria a Sanremo Giovani. Sanremo, del resto, è una sorta di mortorio, stando alla Fimi. L’unico presente nei primi 20 posti è Renga, vincitore morale della kermesse. Arisa non pervenuta. Boom. Già che ci siamo, parlando di vallette, anche Emma, che sta spremendo il suo Schiena come neanche un venditore di granite in spiaggia, non è che abbia brilato per vendite, col suo live. A volerli vedere piangere tutti insieme, va detto che la faccenda dei Talent va dietro a Sanremo con una certa ostinazione. La Iurato non si vede. Bravi tanto che quanto. Unici presenti in posizione importante i Dear Jack, e dopo che avranno vinto Sanremo vedrete che torneranno in vetta.

Chiudiamo dicendo che altri clamorosi assenti della top 10 sono quegli artisti indie che, a vedere i social e a sentire certe voci che vanno in giro, sarebbero i nuovi blockbuster. Anche di loro non si ha traccia in classifica, avendo tutti venduto ben sotto le diecimila copie (per dire, The dark side of the Moon, nel 2014, ha venduto poco meno di Dente, Brunori Sas e Le luci della centrale elettrica messi insieme).

Niente rap, quindi. Niente Sanremo. Niente X-Factor. Niente Indie.
Vasco Rossi e i Pink Floyd in vetta.
Io continuo a dire: Chiara Vidonis. E a breve farò anche un altro nome. State con le orecchie ben aperte.

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