tigre-di-cartaSe mi chiedessero quale libro consiglierei a un professore di italiano e storia delle scuole superiori per appassionare i propri studenti al fenomeno del 1968 non gli indicherei qualche noiosissimo saggio o qualche asettico manuale scolastico ma il romanzo di Olivier Rolin, Tigre di carta (pubblicato in Italia da Edizioni Chichy e tradotto da Tommaso Gurrieri), non solo il libro più importante sul Maggio Francese, ma, a mio parere, una delle opere letterarie più incisive e più belle scritte in Europa negli ultimi trent’anni.

“Il mondo che avevate sotto gli occhi, nel quale vivevate, era come addensato, trasfigurato da una forza che legava ogni avvenimento, ogni individuo a una lunga catena di avvenimenti e di individui più grandi, più tragici. Può sembrare ridicolo, ma era comunque una forma di poesia. Oggi sembra che ci sia solo il presente, l’istante stesso, il presente è diventato un colossale formicolio, una prodigiosa innervazione, un big bang permanente, ma a quell’epoca il presente era molto più modesto, era la modestia stessa, di fatto. Era il passato che aveva una presenza formidabile, e anche il futuro. Il passato, la Storia, era il grande proiettore delle immagini del futuro”.

Il Maggio francese visto dal di dentro e descritto da uno dei più noti leader di quel Movimento, splendidamente tratteggiato anche da Bernardo Bertolucci nel suo The Dreamers. Riflettendo su quanto ne rimane, su cosa avrebbe potuto essere, su cosa non è stato. Errori, sogni, speranze, e ancora errori. Senza retoriche, senza rimpianti, senza rancori, senza malinconie, senza nessuno sconto. Il protagonista, alter ego dell’autore, ne parla con Marie, una ragazza giovanissima, figlia di un suo ex compagno e che di quel Maggio ha sentito soltanto un’eco mitizzata e poi successivamente demolita. Percorrendo di notte insieme a lei il boulevard périphérique che circonda e contiene Parigi con tutto il suo passato, tutte quelle vite, tutte quelle storie, il narratore racconta a quella figlia senza più padre il percorso che ha portato alla fine del suo amico e alla fine di quel sogno. E il bilancio di quegli anni di polvere e di sangue si intreccia con la storia del proprio padre, ucciso quasi per errore in Indocina, e con il progetto, vano quanto quello della rivoluzione proletaria, di dare risposte a quel fantasma. Perché quella ricerca di un senso, quell’interrogarsi nel raccontare, finiscono ogni volta per sbattere in faccia al protagonista tutti i dubbi e le incertezze di ciò che è perduto e che non è più. Tigre di carta, uscito in Francia nel 2002 e vincitore del Prix France-Culture, è considerato il più importante e riuscito romanzo di Olivier Rolin, e il romanzo più completo e compiuto sul Sessantotto.

“E perché non l’avete fatto? Ma proprio perché non c’era più un ‘noi’. , un ‘si’, un ‘voi’. C’erano soltanto degli ‘io’. Cosa vuoi fare? E in nome di che? Con Treize avremmo fatto qualcosa: con treize ci ricordavamo l’orda, quell’oblio di sé, quel coraggio che attingevamo dagli altri… Forse eravamo ormai solo una vecchia coppia, ma prima, un tempo, in un’altra epoca, eravamo stati migliaia, milioni… La nostra amicizia era ciò che restava di grande, dell’universale fratellanza. Eravamo dei sopravvissuti, eravamo sopravvissuti all’ecatombe della fratellanza. Con lui avremmo fatto qualcosa. Ma da solo…”

Ho sempre considerato Olivier Rolin un autore eccelso, Port Sudan, ma soprattutto Baku, ultimi giorni (di cui mi sono occupato qui) sono tra i romanzi che più mi hanno lasciato un segno, credo però che con Tigre di carta lo scrittore francese abbia raggiunto un livello narrativo davvero elevato. Un applauso va a Edizioni Clichy per aver investito su questo testo, dimostrando ancora una volta di essere uno degli editori più coraggiosi, originali e intelligenti del panorama nazionale.

Olivier Rolin è nato a Boulogne-Billancourt nel 1947, è stato uno dei protagonisti del Maggio Francese nel 1968. È stato giornalista per Libération e Nouvel Observateur. Nel 1983 ha pubblicato il suo primo romanzo, Phénomène futur. Ha scritto racconti di viaggio (En Russie e Paysages originels). Nel 1993 con Port Sudan si è aggiudicato il Prix Fémina. Tra le altre sue opere: L’invention du monde, Méroe, Suite à l’Hotel Crystal e Rooms, Un cacciatore di leoni e Baku, ultimi giorni.

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