“Se parliamo di terroristi islamici, di islamisti, di fanatici dell’Islam, come si può sostenere che l’Islam non c’entri nulla?”. L’obiezione dello storico Ernesto Galli della Loggia, questa mattina a Omnibus, nella sua assoluta semplicità sembra difficile da superare. Eppure io continuo a sostenere che discutere se l’Islam sia una religione pacifica, violenta, intollerante, di sottomessi e di potenziali terroristi, sia assurdo. La religione non è la chiave per spiegare il massacro di Charlie Hebdo e tutto il terrore che è seguito.

Non è molto popolare, ma mi spingo a dire che con Charlie Hebdo l’Islam non c’entra proprio nulla, anche se perfino Salman Rushdie ha sostenuto il contrario (e dopo 25 anni di persecuzione per la fatwa di Komehini, il suo punto di vista merita comunque rispetto). Su Foreign Policy Christian Caryl dice che “la religione non è il nemico”. E ricorda che in molti casi la religione è stata il linguaggio e forse il movente di leader che hanno promosso cambiamenti in senso progressista: il Dalai Lama, Marthin Luther King, la buddista Aung San Suu Kyi, il poeta luterano  Dietrich Bonhoeffer. Argomento deboluccio: ci sono altrettanti leader che hanno usato Dio per commettere massacri e opprimere mezzo mondo.

Poi ci sono quelli che scendono sullo stesso terreno degli islamofobi alla Matteo Salvini e si avventurano in discussioni teologiche, sviscerando il Corano per difenderne un’interpretazione rassicurante: parla di sottomissione, sì, ma in senso spirituale. Il Jihad è soprattutto una guerra interiore contro le tentazioni, non contro gli infedeli, i musulmani hanno il divieto di uccidere correligionari mentre i terroristi li sterminano senza distinzioni. Anche questo è un vicolo cieco: come tutti i testi sacri, anche il Corano è interpretabile in modi opposti. Anche Gesù dice che bisogna tagliare la mano che “dà scandalo”, ma non è molto appassionante discutere se si tratta di un invito a sacre mutilazioni o di una metafora.

Io credo che il caso Charlie Hebdo si spieghi con le categorie della politica, non della teologia. E provo a spiegare perché. Primo: i musulmani sono oltre un miliardo e mezzo, se il problema fosse la religione, come si spiega che la stragrande maggioranza dei fedeli di Maometto non sono terroristi e non hanno alcuna intenzione di diventarlo? En passant, la cultura del martirio eroico per difendere la propria civiltà è piuttosto diffusa. Non parlo solo dei kamikaze giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale, è ben radicata anche nel nostro immaginario e celebrata da quel Bignami della cultura occidentale che è Hollywood (avete presente film come Armageddon o Burch Cassidy?)

Secondo: avete notato che appena si cerca di capire non “l’atteggiamento dei musulmani” ma le storie specifiche degli attentatori di Parigi, si finisce subito a parlare di geopolitica? La faida tra Al Quaeda e l’Isis, che sono due gruppi terroristi, non pensatoi religiosi, il ruolo della Turchia che tollera il contrabbando di petrolio dell’Isis e i suoi massacri perché tra i bersagli ci sono gli odiati curdi, c’è il ruolo della Francia nell’Africa centrale e la sua leadership nell’attacco a Gheddafi. Stiamo assistendo anche all’incredibile uso di un discorso del dittatore egiziano Al Sisi presentato come una coraggiosa denuncia delle perversioni interne dell’Islam (dettaglio: Al Sisi è al potere con un golpe militare, ha messo fuori legge i Fratelli Musulmani che avevano vinto le elezioni, un colossale spot a ogni integralismo, e chi invita alla visione del suo discorso è Giuliano Ferrara, che qualche anno fa guidava un partito integralista che voleva vietare l’aborto in Italia e assai poco tollerante per le libertà occidentali, a meno che non siano praticate da Silvio Berlusconi…)

Terzo punto, cruciale: se l’Islam fosse il problema, i “foreign fighters” e i seminatori di terrore sarebbero tutti musulmani. Invece, guarda un po’, così non è. Sul Fatto Roberta Zunini ha raccontato per esempio la storia di Gabriele Carugati, simpatizzante della Lega di Matteo Salvini, che è andato a combattere per i filorussi in Ucraina e si ritrae su Facebook armato di fucili d’assalto. Certo, molti “foreign fighters” vanno a combattere in Paesi arabi, ma c’è qualcuno in grado di sostenere con argomenti concreti che lo fanno perché sono diventati musulmani e invece il processo non è inverso? Cioè che prima viene la voglia di sparare e trovare una causa e poi, come passaggio necessario, c’è la conversione?

Altro punto: si dice che il problema è l’Islam perché le comunità islamiche non prendono le distanze dai terroristi. L’Islam non è una religione con gerarchie simili a quelle del cattolicesimo. Quindi non è facile stabilire chi è titolato a parlare “a nome dell’Islam”.Per esempio: il Ccif, il centro contro la islamofobia per esempio ha lanciato un appello ai musulmani di Francia a scendere in piazza a manifestare. Uno dei pilastri dello stato di diritto è che la responsabilità penale è personale. Forse che qualcuno di noi si è sentito in dovere di prendere le distanze da Anders Behring Breivik sterminava norvegesi nel 2011? Eppure uccideva in nome dei non-islamici e contro l’avanzata dell’Islam in Europa… I musulmani che difendono i terroristi meritano la nostra censura, ma non si può imputare a ogni fedele un pezzettino della colpa dei fratelli Kouachi.

Ciò non toglie che gli attacchi di Parigi, in quanto attacchi terroristi e non in quanto perpetrati da musulmani, sono una sfida alla nostra civiltà, perché nessuno Stato può davvero affrontare l’ipotesi che alcuni suoi cittadini rompano il patto fondante implicito della convivenza e comincino a sterminare gli altri. E’ parecchio inquietante quanto in fretta sembriamo disposti a rinunciare a quei valori che i terroristi vogliono abbattere: in Francia Marine Le Pen evoca la pena di morte, le opinioni pubbliche chiedono perché non si arrestino i terroristi prima che commettano i loro crimini (il confine con lo Stato di polizia di Minority Report si assottiglia), i giornali inglesi censurano le vignette di Charlie Hebdo, leader dichiaratamente razzisti come Matteo Salvini invitano ad avere paura e a guardare con sospetto chiunque abbia un nome diverso, una faccia diversa, una fede che non sia quella con cui è cresciuto (e che magari ha rinnegato per venerare il fiume Po…).

La sfida alla nostra civiltà la portano i terroristi, non l’Islam. E bisogna reagire ai terroristi, non ai musulmani. Le decisioni prese con la pancia di solito si rivelano catastrofiche e producono più morti del crimine che vorrebbero combattere. E soprattutto riducono la distanza enorme che possiamo rivendicare tra la nostra civiltà democratica, liberale, garantista e l’idea totalitaria e repressiva dei terroristi.