Alcuni giorni fa è stata inaugurata la nuova sede della Galleria sabauda traslocata dalla storica Sede del Collegio dei nobili alla Manica nuova di Palazzo Reale.

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Varrebbe la pena di compiere una visita se non altro per l’insolito scenario urbano in cui si trova: non l’usuale monostilistica impronta del tessuto barocco ma un mix di stratificazioni unico per la città sabauda. Difatti frontalmente all’edificio ottocentesco della Manica nuova c’è il teatro romano, a fianco il Duomo rinascimentale, poco distanti presenze medievali ed attiguo il Palazzo Reale barocco, nonché due inquietanti testimonianze degli anni ’60.

Non entrando nel merito della “ristrutturazione”/riconversione dell’immobile, già sede degli uffici dello Stato sabaudo, a Museo, una similitudine, con le debite differenze stilistiche e temporali con gli Uffizi, c’è da constatare il ruolo fondamentale degli sponsor: l’apporto è stato significativo ed impegnativo come ricordava il presidente della Compagnia San Paolo, citando anche l’impegno al rinnovato Museo egizio di Torino, il secondo per importanza al mondo.

Qui si dipana subito la diatriba sui “benefattori” nei beni culturali, visti come l’unica soluzione per arginare il degrado non più arrestabile dal solo Stato. Ora, poiché i mecenati dello stampo di Gualino, a cui peraltro è dedicata un’intera sala alla Galleria sabauda, sono sempre più rari, occorrerà accontentarsi di sponsor ed investitori.

Questi ultimi sono visti con ribrezzo in quanto animati solo da motivazioni commerciali con l’unico scopo di svilire e smembrare il patrimonio culturale; certamente è successo e succederà se non c’è un controllo attento e a monte un motivato progetto di restauro. Gli sponsor anche sono visti, dai talebani della Cultura, come i perseguitori di unici biechi interessi economici quali ritorno di immagine a dispetto della sacralità del bene comune.

Ora occorre ricordare a lor signori che i mecenati ‘cosiddetti puri’ sono stati l’espressione di famiglie come i Rothschild, CarnegieGuggenheim e, per restare nell’Italia del passato, i Medici, gli Sforza e i Chigi, pertanto menti sopraffine ed estimatori d’arte ma non certo benefattori dell’umanità.

Inoltre il più recente ed attuale mecenate, tale signor Packard che non volle targa né pubblicità per Ercolano, è stato ancor più celebrato che se avesse installato megateloni pubblicitari sulle rovine. Per dirla alla Moretti “mi si nota di più se vengo, me ne sto in disparte o non vengo per niente?”.

Ogni iniziativa quindi che porti al recupero ed alla fruizione comune è quindi ben accetta, viceversa un discorso che viene poco argomentato è l’oggetto: quasi sempre monumenti già molto conosciuti o monumenti simbolo, o in posizioni strategiche, e legati molto al passato, quasi mai edifici storici, ma del Novecento anch’essi degni di memoria.

Costi a volte faraonici ed ingiustificati e scelte discutibili sulle modalità dovrebbero suscitare altrettante perplessità, per non parlare del mito del solo intervento pubblico come unica garanzia del bene comune.

L’etica pertanto dovrebbe valere anche su questi fronti: costi , tempi, metodi non perseguendo solo l’unico obiettivo del sensazionalismo, dei grandi numeri, del bene simbolo sia esso un monumento o un quadro/fenomeno mediatico.

Parafrasando la teoria sui metodi del Restauro dei primi del ‘900, cioè del caso per caso dell’architetto milanese Annoni, anche l’intervento economico privato deve essere valutato caso per caso stabilendo giusto equilibrio tra ritorni economici, fruizione comune e bellezza salvaguardata.