vigneOccupandomi principalmente di cinema ogni anno rifuggo, nei limiti del possibile, il rituale della classifica dei migliori film dell’anno. Per fare cosa? Autoinfliggermi quella enologica, elaborata in una notte dal sonno faticoso. D’altronde, si sa, la dittatura delle liste poggia su sentimenti contrastanti, può essere anche un esercizio mnemonico, il desiderio di condividere un percorso, ridere delle proprie ossessioni, non tacere il proprio lato autoreferenziale.

Questa però non è una classifica qualitativa – altrimenti vincerebbero più o meno i soliti nomi, con al massimo qualche deviazione personale – ma una lista di scoperte sorprendenti e interessanti, limitata all’Italia.  Vini che mi hanno colpito, vini che ho rivalutato, vini che trascendono una tipologia, vini dalla sorprendente vitalità. Vini che spesso si bevono da soli. Senza troppe chiacchiere.

Capovolto – Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore DOC 2013 – La Marca di San Michele 2013
Il Verdicchio è una mia costante ossessione; il mio vino ideale, almeno tra quelli che mi posso permettere e di conseguenza la tipologia che bevo (e studio) con più attenzione e interesse. Facile imbattersi in bottiglie profonde, complesse, longeve, e allo stesso tempo immediate, spendendo meno di 10 euro. Nel quadro di un’annata eccellente come la 2013, il Capovolto mi ha sorpreso moltissimo, molto più del suo cugino Pigro. Grande pulizia, equilibrio e profondità. Buono adesso, ma dal futuro radioso.

Il Campitello 2010 – Chianti Classico Riserva DOCG – Monteraponi
Come molti sono partito dalla Toscana e poi l’ho un po’ dimenticata. Eppure il Chianti – che rimane una pietra miliare nell’immaginario di qualsiasi bevitore – quando non scimmiotta palati internazionali o non si riduce a “solo” vinello da osteria raggiunge livelli altissimi. Austero (sin dall’etichetta), sapido, carnale e lunghissimo, con un tannino fino e avvolgente e una bella acidità, da una vigna di oltre 40 anni a 420 metri di altezza. Difficile non amarlo, quasi quanto trovarlo (la produzione è sulle 3000 bottiglie).

Poggio Pini 2012 – Rossese di Dolceacqua Superiore DOC – Tenuta Anfosso
Sono anni che nei salotti più evoluti della critica enologica viene glorificato il Rossese di Dolceacqua (affascinante e spesso eroico rosso ligure dalle limitate possibilità produttive, ma dalle grandi capacità espressive), eppure per una serie di circostanze lo bevo raramente, da pochi produttori che amo molto. A inizio anno ho finalmente aggiunto alla mia lista i vini di Tenute Anfosso. Il Poggio Pini, soprattutto, è rosso versatile, pulito e succoso, solidissimo a tavola.

Xurfus 2013 – Vigneti delle Dolomiti IGT Muller Thurgau – Mattia Filippi
Neanche nel peggiore incubo enologico avrei mai pensato di inserire una tipologia che mi stimola come un’interpellanza parlamentare sulla regolamentazione dei talk show politici in una classifica dei vini dell’anno. Poi ho bevuto Filippi! Bottiglia splendida, dove altitudine, vigne e mano giusta danno vita a un bianco molto moderno: dritto e sapido, senza mancare in struttura e persistenza. Da provare anche il suo metodo classico.

Prapò 2010 – Barolo DOCG – Ceretto
Un Barolo va messo, diamine! Qui i mostri sacri sono tanti, intoccabili e alcuni anche economicamente poco accessibili (per quanto in Francia te li farebbero pagare il triplo). Il lavoro qualitativo che sta facendo da qualche anno Ceretto verso la biodinamica, i lieviti indigeni e il minimo intervento in cantina, si sente nel bicchiere. Che comunica complessità e profondità assoluta. Ora un consiglio da promotore finanziario: la 2010 è stata un’annata strepitosa, chi ha qualche soldo da parte lasci perdere la borsa e compri qualche migliaia di bottiglia. Potrebbero valere una bella somma tra un paio di decenni.

San Fereolo 2001 – Dolcetto di Dogliani DOCG – Bocca
L’abusata e spesso modaiola autocertificazione “vino naturale” a volte significa qualcosa. Conosco bene e bevo da anni lo splendido Dolcetto di Nicoletta Bocca, quindi non è affatto una scoperta. Lo è stato scoprire la grandiosa evoluzione di una sua bottiglia con quasi tre lustri alle spalle, tracannata in pochi minuti al compimento dei miei 37 anni anni. Integro e in forma assoluta: esplosione olfattiva e gustativa che ti fa pensare di essere più nel centro delle Langhe che a Dogliani.

Il gentile – Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Doc 2013 – Di Giulia
Un altro Verdicchio di Cupramontana, come quello di San Michele. Il Gentile Di Giulia – giovane milanese con le idee chiare e l’entusiasmo contagioso, trapiantata da pochi anni tra le vigne marchigiane – è vino di belle sfaccettature e pochi compromessi, spigoli e lunghezza, in linea con chi ama bianchi gastronomici e taglienti. Quasi estremo nella sua verticalità, sorretto da un’acidità non per tutti i palati, bevuto a 8 gradi racconta una storia, a qualche grado in più si ammorbidisce e regala sensazioni più complesse e avvolgenti.

Pfaffe Metodo classico – Chardonnay – Baldessari
Ad abusare ancora di schematismi, le bollicine italiane sono divise tra chi fa volumi, buona qualità, esecuzioni impeccabili grande promozione e poca personalità e una pletora di piccoli produttori che spumantizzano qualsiasi tipologia con risultati a volte bizzarri o strambi, altri interessanti. In qualche caso toccando vertici sorprendenti, come questo Pfaffe, metodo classico verticale e elegante, che unisce godibilità, sapidità e discreta struttura. Guardando alla Francia. E non facendo figure meschine.

Leclisse – Lambusco di Sorbara rifermentato in bottiglia – Paltrinieri
Stretto tra i due opposti – vino da battaglia e da tortellino vs vino da rivalutazione enofighetta – il Lambrusco (universo tanto vasto e differenziato che citarlo così generalmente non ha in pratica significato) rimane vino di ampio godimento e di grande pulizia nelle versioni più felici. Tra queste Leclisse di Paltrinieri, insieme al suo Radice (ma ancora più di questo) è un campione di beva e manifesto di potenzialità che a tavola mette felicità.

Terra 2013 – Colli Tortonesi DOC – Terra dei vigneti Massa
Ancora un vino dalla beva e dalla semplicità travolgente. Asti, Alba, ma anche Colli Tortonesi può andare bene. Perché il barbera quando è così, come deve essere: fresco, succoso, fruttato e acido mi genera dipendenza.