Il “fenomeno” delle frodi sulle “quote di emissione di Co2“, i cosiddetti “certificati neri” attestanti la “riduzione di inquinamento da ossido di carbonio da parte delle aziende”, “stando alle cifre che emergono da questa indagine”, risulta “particolarmente allarmante soprattutto se si pensa alla possibilità di riciclare, praticamente senza controlli, ingenti quantità di denaro”, con un “vulnus di rilevanti proporzioni per gli interessi dell’Erario”.

È la riflessione della Procura di Milano nella richiesta di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto di nove persone da parte del Nucleo di Polizia Tributaria per una presunta maxifrode fiscale nel settore del carbon trading da circa 650 milioni di euro con fatture false per circa 3,5 miliardi di euro.

Il passaggio della richiesta dei pm Carlo Nocerino e Adriano Scudieri è contenuto nelle oltre 200 pagine dell’ordinanza firmata dal gip Stefania Donandeo. Nelle carte dell’inchiesta si legge che la presunta associazione per delinquere, che aveva uomini e società a disposizione sparsi in mezza Europa e in Medioriente, dalla Tunisia alla Francia passando per la Lituania, la Germania, la Slovacchia, la Gran Bretagna e l’Albania, era “riconducibile ad un unico vertice franco-israeliano in via di completa identificazione”.

Tra i capi della presunta associazione, secondo il gip, figurano Eddie Briand, un francese di 33 anni residente a Parigi, Rafaela Murati, un’albanese di 31 anni, anche lei residente a Parigi, e Mauro Pino, romano di 50 anni. Tutti e tre sono finiti in carcere. Tre società poi, con sede a Milano, la Star Co Energia srl, la Ypoint srl e la Adatto Energy srl, avrebbero funzionato come “collettore di fatture false e da interfaccia con i reali cessionari delle quote Co2, fungendo da cassa dell’organizzazione”.

Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Francesco Greco, hanno ricostruito le attività di dell’associazione a delinquere, che si serviva appunto di società italiane ed estere, per commerciare i certificati di carbone trading, ossia le quote di emissione dei gas serra introdotte con la direttiva europea 87 del 2003 per promuovere la riduzione dell’inquinamento secondo criteri di efficacia dei costi ed efficienza economica. Grazie a “ripetute e sistematiche frodi carosello” e a società cartiere e di società filtro nella filiera commerciale la banda si appropriava dell’imposta sul valore aggiunto (Iva) connessa alle transazioni. L’Iva non pagata in Italia, stando alle indagini, è stata stata portata all’estero con la creazione di fondi neri a partire dal 2010.

Sono 32 le persone indagate: si tratta di amministratori di fatto o di diritto di 28 società utilizzate dall’associazione. Nell’ambito delle operazioni della Gdf, nelle quali sono stati impegnati oltre 150 finanzieri, è stato eseguito anche un sequestro per un totale di circa 650 milioni di euro.