Non mi sono mai piaciuti gli anniversari legati alla musica. Né le commemorazioni. Men che meno da che esistono i social. Un giorno tutti sembrano diventare fan di qualcuno, postano video, spendono parole, e il giorno dopo si torna immancabilmente a occuparsi della solita musica, intendendo con questo la solita musica scadente. Mi ci metto anche io, sia chiaro. Per questo ieri, che ricorreva il ventitreesimo anniversario della morte di Freddie Mercury, mi sono guardato bene dallo stare troppo su Facebook. Occhio non vede eccetera eccetera.

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Però Freddie Mercury e i suoi Queen non meritano certo di non essere ricordati. Sarebbe non solo ingeneroso non ricordare colui che è stato, a ben vedere, uno dei principali nomi del rock del secolo scorso, ma anche profondamente sbagliato, specie in questo periodo in cui i Queen, non i suoi Queen, stanno andando in giro in una versione decisamente meno prestigiosa. Siccome però non intendo scatenare polemiche intorno ai Queen, mi limito a scrivere alcuni ricordi miei personali legati al quartetto che, insieme ai Beatles, ai Pink Floyd e pochi altri ensemble, ha segnato indelebilmente la fine dello scorso millennio. Lo faccio sicuro che ognuno di voi avrà i suoi, e li scrivo con affetto.

Parto dalla fine.
Da che sono nato, ormai quarantacinque anni fa, parecchi personaggi che avevo amato nel mondo della musica se ne sono andati. Non necessariamente personaggi famosissimi, perché la musica è un medium talmente potente che riesce a creare simbiosi monodirezionali anche con artisti di nicchia, spesso per ragioni che esulano il prodotto artistico. Ma solo in tre casi potrei dire esattamente dove mi trovavo esattamente nel momento in cui ho saputo della morte di un cantante. È successo con John Lennon, in cui un me stesso bambino ha appreso, come tutti, credo, la notizia al telegiornale, in cucina di casa mia. Ricordo perfettamente come tutti gli adulti in casa, mia madre, mio padre e mio fratello più grande, in realtà poco più che un adolescente, fossero rimasti colpiti dall’omicidio del Beatle, nonostante, fino a quel momento, non lo avessi mai sentito nominare in casa mia.

È successo poi con Kurt Cobain, notizia che mi è stata passata da un mio compagno di obiezione di coscienza, mentre svolgevo il mio incarico al dormitorio per senza tetto di Falconara dove passai buona parte del 1994. Così, una notizia a freddo, senza coccole e pacche sulle spalle.

E mi ricordo quando ho saputo, dal televideo, modo quantomai freddo e impersonale, della dipartita di Mercury, a Vasto, a casa dei nonni della mia fidanzata di allora, oggi mia moglie. Notizia, quella, che mi colpì particolarmente, perché i Queen, per me, erano stati qualcosa di più di una semplice band. Erano stati una sorta di porta di ingresso nel mondo del rock, di ingresso tutto mio.

Torno indietro, allora.
Io piccolo, adolescente. Siamo in pieni anni Ottanta, il mondo è qualcosa di non molto delineato che mi si para davanti in tutto il suo confuso splendore. La musica la colonna sonora che mi passa mio fratello Marco, otto anni più grande di me. Lui, appassionato di West Coast e cantautori mi influenza, non potrebbe essere così, ma la televisione irrompe sulla scena e comincia a contaminare il mio mondo sonoro. Da una parte c’è Deejay Television, con il suo pop tutto spalline e tastiere. Tanta roba. Troppa, forse. Dall’altra una delle tante reti private che proprio in quel periodo cominciano a riempire l’etere. Non ricordo il nome, e stranamente neanche i miei genitori. Dico stranamente perché, all’epoca, li costringo a guardare tutte le sere lo stesso canale, che passa alternativamente tre concerti. Uno a serata. Si tratta di un live dalla Germania di Jackson Browne, apprezzato anche da mio fratello. Di un live dei Dire Straits, con una lunghissima versione di Romeo and Juliet, oltre i dieci minuti. E di un concerto dei Queen, in uno stadio. È soprattutto quest’ultimo che mi colpisce. La musica è poderosa. Rock, certo, ma anche classica, con giochi di armonizzazioni al limite del barocchismo, composizioni molto più articolate di quelle cui mi ha abituato la West Coast. Io all’epoca sono al Conservatorio, non posso che rimanerne colpito. Ma soprattutto mi colpisce il cantante, un tipo eccentrico, che veste da Re, con un paio di baffi improbabili, una voce imperiosa e una capacità di concentrare su di se l’attenzione come nessuno tra quanti mi è capitato di vedere (certo non Jackson Browne e Mark Knopfler). Me ne innamoro follemente, al punto che, dopo averci pensato bene, decido di spendere i soldi che mi sono stati dati per comperare una squadra di Subbuteo, la mia passione dell’epoca per l’acquisto di un disco. Live Magic è il mio primo LP, io che fino a quel momento ho comperato giusto qualche 45 giri e che mi sono altrimenti abbeverato alla fonte sonora di mio fratello e mia sorella. Un disco clamorosamente bello, la cui unica pecca è di avere una versione troppo corta di We are the champions, appena accennata. Live magic dei Queen inaugura il mio ingresso nel mondo degli acquirenti di musica. A quel primo LP ne seguiranno circa un migliaio, in vinile, e poi qualche migliaio in cd. In mezzo oltre diecimila cassette audio. Gli MP3 ho smesso di contarli.
Torno all’epoca. Passano gli anni, pochi, in realtà, cinque, ma tanti per un adolescente. Io divento un seguace dell’hardcore, senza più strumenti da studiare, bye bye violoncello. Sono a Vasto e arriva la notizia della morte di Freddie Mercury, per una malattia che ha occupato di forza i media sul volgere della decade precedente. Io sono ormai votato alla causa di Grant Hart e Henry Rollins, pronto a passare, di lì a poco, dalle parti di Seattle. La notizia mi colpisce, ma cerco di elaborare il lutto con la stessa freddezza con cui piangiamo i giocattoli di quando eravamo piccoli che nostra madre ha regalato ai figli di qualche sua amica.

Anni dopo, quando alla passione è subentrata anche la razionalità, i Queen sono tornati a essere quello che dovevano essere, una band che ha fatto la storia del rock, da studiare, per chi si avvicina alla musica, e da godere, per chi ha deciso, consciamente o meno, che la musica è una parte importante della sua vita. Grazie Freddie.