“Sogno di vincere il derby domenica, e di ridare speranza agli emiliani e romagnoli che erano rassegnati negli anni passati”. Matteo Salvini chiude così la sua campagna elettorale in Emilia Romagna. “Del centrodestra parleremo da lunedì in avanti”, si smarca il leader. Sì perché la campagna è stata la sua, di Salvini, anche perché la rilevanza politica del candidato leghista a presidente della Regione, Alan Fabbri, sindaco del paese di Bondeno (15 mila in provincia di Ferrara) è molto limitata. Sui cartelli elettorali Vota Fabbri c’è la faccia di Salvini. Al cinema Fossolo le centinaia di persone accorse per le chiusura della campagna erano tutte per lui: Fabbri, ma anche Enrico Toti e Ignazio La Russa, hanno fatto i comprimari. Per il centrodestra partecipare alle elezioni in Emilia Romagna è sempre stato un puro esercizio di stile. Al massimo un modo per piazzare il maggior numero di consiglieri in assemblea. Pensare di vincere è quasi impossibile. Figurarsi: qui Silvio Berlusconi non si vede da anni. Inutile venire a prendersi fischi e contestazioni. Qui vince il Partitone (si chiami Pci, Pds, Ds o Pd). Eppure stavolta, se non per tutto il centrodestra, per la Lega nord il voto del 23 novembre conta. Proprio per il suo esito scontato sul nome del vincitore, Stefano Bonaccini, gli occhi della stampa nazionale sono puntati sulla performance di Matteo Salvini, che a seconda del risultato che otterrà sulla via Emilia potrà giocarsi una sua futura leadership nazionale.

Nelle ultime tre settimane il carismatico leader non è mancato un giorno dall’Emilia e Romagna (i leghisti separano i due territori, anzi li chiamano nazioni e guai a non mettere la congiunzione), sempre a fianco del poco più che trentenne aspirante governatore Fabbri. Tra visite ai campi nomadi (“Sgomberarli”, la sua parola d’ordine) e faccia a faccia ad alta tensione coi collettivi che lo contestavano, il suo spazio sui tg Salvini se lo è conquistato ogni giorno. Poco importa che abbia messo sulla stessa bilancia, in maniera opinabile, le spese per l’accoglienza degli immigrati con quelle per i terremotati dell’Emilia (che, per la cronaca, in buona parte sono immigrati): “La sinistra è marcia perché ha dimenticato i terremotati e gli alluvionati”, ha urlato ancora ieri. Poco importa se non passa giorno che Salvini attacchi la politica di integrazione degli stranieri, che qui è tra le più avanzate d’Italia. Tutto ha fatto brodo pur di comparire come il leader del nuovo partito dell’ordine, mentre dal repertorio sono scomparse parole come secessione, federalismo, Padania. Non è un caso che quando Ignazio La Russa al cinema Fossolo di Bologna ha ricordato Giorgio Almirante, dalla sala sia partito un applauso. Sentito. Sincero.

A dare una mano a Salvini per fare un buon risultato, va detto, potrebbe influire l’inchiesta sulle “spese pazze” in Regione che potrebbe allontanare molti elettori Pd dalle urne. Il partito di Renzi è stato quello che ne ha fatto più le spese in termini mediatici, con 18 indagati (su 25 consiglieri della passata legislatura), anche perché metà degli eletti nel parlamentino regionale erano i suoi. Sul tema però Salvini non ha potuto battere più di tanto: anche 3 (su 3) consiglieri regionali della Lega nord sono stati indagati per peculato con l’accusa di avere messo a rimborso illecitamente decine e decine di migliaia di euro di soldi pubblici in un anno e mezzo. Il segretario leghista ha sorvolato e ha fatto quello che sa fare meglio e cioè far parlare di sé e usare un linguaggio da duri: “In Emilia coop rosse e Cgil ci hanno rotto le palle”.

Certo, a vedere le percentuali degli ultimi anni la missione leghista sembra davvero difficile. Alle europee di maggio il dato della Lega in regione si fermava al 5%. Considerandolo assieme a quello di Forza Italia e Fratelli d’Italia a fatica si arrivava al 18%. Tuttavia nel frattempo, a luglio, c’è stata la condanna e poi le dimissioni di Vasco Errani, e la stella di Renzi è già offuscata rispetto a sei mesi fa. Ma a meno di una improbabile astensione in massa dello zoccolo duro del partitone, qui non si passa.

Il Carroccio può però tornare alle percentuali dei suoi ‘tempi d’oro’. Quelle di alcuni anni fa, quando il movimento di Umberto Bossi sembrava seriamente capace di insidiare il dominio Pd da Piacenza a Rimini. Alle regionali del 2010 la Lega nord arrivò addirittura al 13%. Erano i tempi in cui un bel documentario intitolato Occupiamo l’Emilia raccontava come qui in tanti ci credessero. Come oggi con Fabbri, nel 2011 la Lega nord riuscì a strappare alla coalizione di centrodestra il nome da contrapporre al candidato Pd per la carica di sindaco di Bologna. In piazza Maggiore a fare campagna arrivarono Bossi e persino l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti . Ma non bastò. Il candidato Manes Bernardini non fece il colpaccio e la percentuale della Lega nel capoluogo si fermò a un 10%.

Poi arrivò il crollo anche in Emilia: complice la bufera legata al caso Belsito, anche in Emilia il Carroccio ha rischiato di sparire. A dire il vero, nonostante i buoni risultati alle urne, tra il 2009 e il 2012 dentro il partito in Emilia qualcosa iniziava a scricchiolare. Già nel 2010 il Senatùr aveva mandato a Bologna la sua fedelissima Rosi Mauro a commissariare il partito a causa delle lotte intestine tra i dirigenti locali. Ma non servì a niente. Poi nel 2012 a complicare le cose ci si misero anche le procure emiliane, che iniziarono ad aprire fascicoli dopo esposti e denunce da parte di ex militanti ed ex dirigenti che denunciavano una presunta gestione opaca dei soldi della Lega in Emilia. Non sorprende che alle politiche 2013 il partito guidato da Bobo Maroni toccò il 2,6% in regione.

La riscossa potrebbe essere ora quella di colmare il 13% che il centrosinistra aveva di vantaggio sul centrodestra nel 2010 è impresa titanica. Più facile potrebbe essere invece vincere l’altra sfida, quella per la medaglia d’argento. Il Movimento 5 stelle, questo sì, tra lotte fratricide e la quasi completa assenza di Beppe Grillo durante la campagna elettorale, potrebbe essere superato dalla coalizione di centrodestra, o addirittura solo dalle percentuali della Lega nord.