In questi giorni hanno visto e sentito di tutto. Coinvolti, contro la loro volontà, in una campagna elettorale costruita su sparate acchiappa titoli ed eventi ad alto impatto mediatico. Ed è forse anche per questo che alle porte del loro campo di via Erbosa, lo stesso dove sabato era atteso il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, hanno piazzato una bandiera italiana. L’hanno appesa in bella vista, all’entrata, per spazzare via una volta per tutte gli appellativi e le definizioni da propaganda. “Quando i leghisti ci chiamano profughi o rom ci viene da ridere. Io sono nato a Crevalcore, a due passi da Bologna, e miei genitori sono di Torino. Siamo tutti sinti, sì, ma italiani. Anzi italianissimi”.

Chi parla si chiama Matteo. Matteo e basta: come altri, preferisce tacere sul cognome per paura di ritorsioni sul lavoro. “Alcuni padroni non ci vedono di buon occhio”. Ha 53 anni, venti dei quali passati in questo fazzoletto di terra non asfaltata ai piedi di un traliccio e poco distante dalla tangenziale di Bologna. Accanto alla sua casa mobile, una scatoletta dalle pareti chiare ben tenuta, abita un’altra cinquantina di persone. Sono discendenti di storiche famiglie di giostrai e circensi, gli Orfei ad esempio. Hanno nomi italiani e cognomi pure. E quasi tutti lavorano. Come Barbara, 44 anni e due figlie: “Faccio le pulizie, ma nessuno conosce le mie origini. Temo che mi mandino via”.

Gli uomini raccolgono il ferro, mestiere tradizionale di questa comunità. Alcuni sono traslocatori. E c’è anche chi ha aperto una pizzeria in una frazione di Bologna. “I leghisti? Brutte persone. Sono razzisti e vogliono dividere il mondo in noi e loro, solo per guadagnare voti sulla nostra pelle. Non hanno alcun rispetto. Prendete il caso della consigliera Lucia Borgonzoni. E’ volato uno schiaffone quando è venuta qui, è vero. Ma lei è entrata a casa nostra, con macchine fotografiche e telefonini, dopo averci insultato. Cosa avremmo dovuto fare?”.

Guardano il taccuino con diffidenza, ma poi si lasciano andare. “I ragazzi dei centri sociali non li conosciamo, ma hanno fatto bene a contestare Salvini. Spero non torni, siamo pronti a cacciarlo via di nuovo”. Ci tengono a smontare i cavalli di battaglia usati dal Carroccio, che a giorni alterni invoca lo sgombero del campo. In particolare, quello che li vorrebbe a carico delle casse pubbliche. “Il Comune ci dà un contributo sulle bollette, perché gli impianti non sono a norma. Questo è uno spazio provvisorio”. Nelle roulotte e nelle case mobili hanno solo luce e acqua. Per riscaldarsi usano delle stufette: niente gas, sarebbe pericoloso. “L’amministrazione copre parte delle spese per le bollette, che sono esorbitanti” conferma l’assessore alle Politiche sociali, Amelia Frascaroli. “Il problema è che quel campo, essendo stato concepito dal Comune come transitorio non è a norma. Quindi è impossibile intestare delle utenze. E il Comune non può chiedere i soldi per utenze non in regola”. Frascaroli ci tiene poi a sottolineare come i sinti di via Erbosa non godano di nessun trattamento privilegiato. Né per le bollette, né per altre forme di assistenza. “Alcuni di loro sono in graduatoria per le case polari. E per il loro punteggio valgono i criteri che valgono per tutti”.

Per capire perché vivono proprio qui bisogna tornare indietro nel tempo, fino agli anni della banda della Uno bianca. Il campo fu assegnato nel 1991, dall’allora sindaco Renzo Imbeni, ai sinti italiani, parenti delle vittime della strage di via Gobetti del 1990. Altri tempi, altra politica. “Ce lo ricordiamo bene Imbeni, era una gran sindaco. Veniva a trovarci, sempre senza giornalisti a seguito. Portava pane e vestiti. In tanti, qui, abbiamo pianto al suo funerale”. Il campo di via Erbosa doveva essere una soluzione a tempo, per mettere al sicuro le famiglie. Ma negli anni, causa mancanza fondi, è diventata definitiva. Anche se non è mai stato e mai potrà essere a norma. Per questo, oggi, l’amministrazione comunale sta lavorando per trovare un’alternativa. E i contributi stanziati per acqua ed energia elettrica non sono voci a parte, ma rientrano nella spesa complessiva che Palazzo d’Accursio sostiene per dare una mano ai bolognesi in difficoltà economiche. Che vivano in case popolari o in casette mobili. “Non chiediamo niente di particolare. Solo rispetto e civiltà”.

da il Fatto Quotidiano di martedì 11 novembre 2014