Finalmente Tim Cook ha fatto coming out. Il Ceo di Apple, che peraltro è una delle aziende più gay-friendly del pianeta e per questo amatissima proprio dalla clientela Lgbt, ha ammesso pubblicamente il suo orientamento sessuale, in una lettera aperta a Bloomberg Businessweek: “Voglio essere chiaro: sono orgoglioso di essere gay e considero questo uno dei più grandi regali che Dio potesse farmi”. Un gesto, il suo, che se da un lato accresce la sua notorietà – evidentemente viviamo in un mondo in cui avere un orientamento alternativo a quello eterosessuale è ancora oggi, sulle due sponde dell’Atlantico, qualcosa che fa discutere – dall’altra è dettato dall’esigenza di far qualcosa per la gay community.

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È inevitabile che questo gesto porti ad alcune considerazioni su cui vale la pena soffermarsi.

La prima: fare coming out rende sempre meno denso quel velo di incomunicabilità che ha avvolto per secoli la condizione di gay e lesbiche. Comunicandolo, appunto, si fa vedere la realtà per quello che è e non come ci è stata raccontata attraverso i potenti mezzi dei luoghi comuni, stereotipi, pregiudizi, barzellette e battute sugli omosessuali, ecc. L’adolescente della provincia americana (e non solo) avrà un modello in più a cui fare riferimento, che non è solo Ricky Martin, con il suo fidanzato e il suo palcoscenico, e non è solo Matthew Shepard, con la sua tragica storia. Un uomo, di umili origini, è riuscito a scalare una multinazionale tra le più potenti del mondo. Quell’uomo, tra le altre cose, è anche gay. L’omosessualità non impedisce di essere persone di successo, che vivono per altro con gioia il proprio orientamento. Siamo decisamente lontani da quelle teorie che vedono certe categorie come incontinenti rispetto all’esercizio della sessualità, inguaribilmente depresse e potenzialmente guaribili (ricordiamoci sempre della moda, in voga soprattutto in Italia, delle cosiddette terapie riparative).

Il secondo aspetto, non meno importante, è la dichiarazione di un sentimento di appartenenza a una comunità. Cook si è messo sotto i riflettori su un aspetto così intimo della sua vita per aiutare altri gay e altre lesbiche. Ha sentito il dovere, umano, sociale e politico, di essere un modello per altri e altre per le ragioni che abbiamo appena visto. E ciò se da un lato mette in risalto l’importanza di essere comunità e di fare lobby – da intendersi come gruppo di pressione e non come mafia gay, possibilmente – dall’altro ci pone di fronte a paragoni con la situazione italiana: basti pensare alle dichiarazioni di Dolce & Gabbana o Cristiano Malgioglio su matrimonio e adozioni. Giusto per avere l’esatta percezione dell’abisso.

La terza considerazione va fatta, invece, sulla ricezione della stampa italiana rispetto a notizie come questa. Credo che il coming out di chiunque dovrebbe essere salutato come una notizia di sottofondo, un tassello in più, qualcosa che dovrebbe occupare giusto un trafiletto. Certo sensazionalismo, figlio di ogni buonismo possibile e della solita retorica di casa nostra, è indice, a parer mio, della considerazione dell’omosessualità come elemento fuori dalla norma. Per tacere di quelle testate che ancora confondono il termine coming out (che è fatto positivo) con outing, che equivale a mettere sullo stesso piano dell’informazione una dichiarazione spontanea e ufficiale con lo “sputtanamento” strictu sensu. Magie del nostro sistema socio-culturale che denunciano un ritardo sull’apertura verso certi temi.

Concludo con un piccolo disappunto da agnostico materialista: a me quel “grande regalo di Dio” non va proprio giù. E per carità, non sto dicendo che Cook non debba avere un sentimento religioso o che debba evitare di dire certe cose. Ma credo che essere gay sia, semmai, un grande dono dell’io. E che cercare l’avallo in entità superiori sia un modo di rendere più accettabili certe condizioni dell’essere. Mentre io credo che l’orientamento di ognuno/a di noi sia accettabile e degno di rispetto in quanto tale. Anche perché avere l’avallo di Dio, permetterà a qualcuno di fare in modo che quell’avallo costi carissimo. In Italia almeno. Negli Usa, un certo tipo di approccio può divenire strumento per arrivare lontano e mantenere integra la propria persona. Ma anche questa è un’altra storia, di un altro grande paese.