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La nuova vittoria di Dilma Rousseff e del Partito dos trabalhores al turno di ballottaggio delle elezioni presidenziali brasiliane svoltosi la scorsa domenica non era affatto scontata. Il margine non è eccessivo, anche se si tratta pur sempre di tre milioni di voti. Colpisce la distribuzione geografica e sociale del voto che vede il prevalere di Dilma nelle regioni più povere del Paese. Il mantenimento dei programmi sociali lanciati da Lula ha infine consentito di battere le forze economiche e politiche che volevano un’adesione totale del grande Paese latinoamericano ai modelli neoliberisti.

Le iniziative annunciate da Dilma nel suo discorso successivo alla rielezione riguardano la necessaria riforma politica e l’estensione dei programmi di inclusione sociale. Si tratta di due obiettivi fra di loro complementari. Occorre infatti strutturare un sistema politico che sia in grado di rappresentare in modo efficace le istanze del popolo brasiliano, che aspira a un rafforzamento dei programmi sociali e a una maggiore uguaglianza nella distribuzione della ricchezza.

Ha ragione Emir Sader ad affermare che la scelta dei Brasiliani è stata chiara: erano in alternativa molto netta fra di loro la riproposizione del neoliberalismo che sta fallendo clamorosamente in tutto il mondo, e, ahinoi, specie da queste parti in Europa, da un lato, e l’uscita dal neoliberalismo proposta dal PT dall’altro. Secondo il modello uscito nettamente sconfitto da queste elezioni, occorreva restituire centralità al mercato e al libero commercio, ridurre il peso dello Stato, abbassare i salari, aumentare la disoccupazione, contrarre la presenza pubblica nelle banche, rovesciare le alleanze internazionali tornando sotto l’egida degli Stati Uniti e rinunciando al progetto di integrazione latinoamericana e di più ampia alleanza delle potenze emergenti (i cosiddetti Brics).

Ha vinto il modello portato avanti, sia pure con qualche timidezza, dal PT in tutti questi anni. Modello che mette al primo posto la crescita dei salari e dell’occupazione e l’incremento dei servizi sociali. Alta la partecipazione al voto, a conferma del fatto che quando le alternative sono chiare la gente decide di partecipare e di scegliere.

E’ stato sconfitto il terrorismo mediatico che agitava lo spauracchio di un’imminente crisi economica. Lo stesso che la finanza dominante e i suoi sicofanti agitano ogniqualvolta qualcuno osi fare qualcosa di differente da quello che essi vorrebbero. E che vediamo messo in opera quotidianamente affiancandosi a volte a un terrorismo vero e proprio, con attentati dinamitardi e omicidi politici.

Ora si tratta di superare esitazioni ed incertezze, continuando a costruire il modello brasiliano di inclusione sociale e attaccando a fondo le persistenti disuguaglianze. Ulteriori colpi vanno portati al fenomeno della corruzione, che purtroppo riguarda tutto il mondo (con l’Italia ai posti più bassi della classifica mondiale, ma la cosa sembra non preoccupare troppo Renzi, molto impegnato invece a scardinare i diritti residui dei lavoratori e a liquidare la democrazia rappresentativa e la Costituzione repubblicana). Come pure vanno fatti passi concreti per punire coloro che si sono resi protagonisti di violazioni dei diritti umani ai tempi della dittatura militare e anche in seguito.

Una proposta utile e interessante appare quella di dar vita a un’Assemblea costituente che riscriva la Costituzione brasiliana, mettendola al passo con le innovazioni giuridiche più significative degli ultimi anni, in particolare le Costituzioni venezolana del 1998, ecuadoriana del 2008 e boliviana del 2009.

Ultimo, ma non meno importante, la vittoria di Dilma costituisce un ulteriore e importante contributo, date le dimensioni e l’importanza del Brasile, alla costruzione di un’America Latina che, come ho più volte segnalato, nonostante le differenze esistenti tra i vari Paesi, si presenta più che mai unita sulla scena mondiale, formulando proposte e lanciando iniziative di grande interesse per tutta la comunità internazionale.