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Fare Pace con la Terra è uno dei titoli di libro più riusciti degli ultimi anni. Non è facile racchiudere solo nel titolo quel significato così profondo che Vandana Shiva ha voluto denunciare nel suo testo.

Fare Pace con la Terra vuol dire che con lei abbiamo litigato, le abbiamo dichiarato guerra. Una guerra unilaterale la cui vittima principale è la biodiversità, soggiogata alla monocoltura del pensiero unico dominante.

I popoli andini con il termine Pacha Mama vogliono indicare proprio la Terra, quella madre generosa che noi occidentali, a partire dalla Rivoluzione Industriale, abbiamo cominciato a violentare, avvelenare e in parte rendere sterile. Si pensi che negli ultimi 250 anni abbiamo creato una quantità di rifiuti equivalente a quelli che l’uomo aveva prodotto dalla sua comparsa, ovvero in circa 150 mila anni. Le isole di plastica, che per la forza delle correnti si trovano in prevalenza nell’Oceano Pacifico, con dimensioni maggiori a quelle di uno Stato di grandi dimensioni, sono un’inquietante prova di come il nostro sviluppo stia degenerando in autodistruzione.

Vandana Shiva è una donna speciale, con il suo dolce sorriso riesce a trasmettere il suo grido a difesa della Terra e in particolare della sua India. Un Paese vittima di quella globalizzazione che ha stravolto l’esistenza di centinaia di migliaia di contadini che solo nel 2004, in 16.000, sono giunti al suicido. Questi suicidi sono a suo avviso imputabili alla volontà di imporre dei mutamenti a un tipo di economia di sussistenza che esisteva da 5000 anni. In effetti, in pochi anni con la liberalizzazione dei mercati si è disgiunto un equilibrio e i piccoli agricoltori, che ora devono competere a livello globale, hanno subito l’aumento dei costi di produzione e la caduta dei prezzi dei prodotti agricoli.

Il costo di produzione è dovuto alle multinazionali che dopo aver brevettato le sementi le hanno modificate geneticamente trasformandole in monouso. Questo significa che annualmente i contadini devono acquistare nuovi semi da multinazionali come la Monsanto che in un regime, ormai di quasi monopolio globale, gestisce l’industria agro alimentare.

Vandana Shiva per promuovere la biodiversità e la sovranità alimentare ha dato vita in Italia a Navdanya un’associazione che si collega a quella indiana attiva da anni.

Le politiche economiche varate dal Wto hanno come obiettivo rafforzare le poche imprese che a livello mondiale si spartiscono il mercato asfissiando le economie di sussistenza tipiche dei piccoli contadini indipendenti che sono basate sulla biodiversità. Una biodiversità che protegge la Terra dall’erosione a differenza dell’agricoltura industriale monocoltura che ha innescato un pericoloso processo di erosione e perdita di fertilità del suolo. Ma il conto dell’erosione dei campi, come del resto la distruzione delle foreste e l’inquinamento, non viene pagato dalle multinazionali che esternalizzano i costi tutelate dai governi dei Paesi ricchi che si rendono complici di questa degenerazione globale.

Vandana Shiva ha influenzato molti attivisti che lottano a difesa dell’acqua pubblica, della biodiversità della Terra e delle tante vittime di un modello economico oppressivo. Anche chi scrive ha un debito culturale nei suoi confronti per la lusinghiera introduzione che ha fatto al mio libro 99% per uscire dalle crisi generate dal modello neoliberista riprendiamoci il futuro partendo dal basso e per le sue parole pronunciate alla presentazione fiorentina tenuta a Terra Futura del suddetto volume. Parafrasando Newton per me è stata un’occasione per appoggiarmi sulle spalle di un gigante e vedere più lontano.

Vandana nel suo testo più riuscito Fare Pace con la Terra, non fa tanti giri di parole per ricordare ai più che: “La guerra al pianeta e alle popolazioni nasce nella mente degli uomini di potere (…) La globalizzazione economica guidata da una manciata di corporation e da pochi paesi potenti, punta a ottenere il controllo sulle risorse del pianeta, trasformandolo in un grande supermercato dove tutto è in vendita. Vogliono vendere la nostra acqua, la cultura, il futuro.”

L’invito è a non farci rubare il futuro, ma a costruire insieme un nuovo paradigma che, dopo tanti Imperi e Regni che si sono succeduti nella storia, non sia più verticale, ma orizzontale tenendo sempre a mente ciò che disse il capo dei Pellirossa Capriolo Zoppo: la Terra non appartiene all’uomo ma è l’uomo che appartiene alla Terra.