Non solo Formigoni. Nel 2009 Umberto Maugeri e Costantino Passerino, ex presidente ed ex direttore amministrativo della Fondazione Salvatore Maugeri di Pavia, avrebbero pagato una tangente pure a un consulente accreditato alla Regione Piemonte, Giorgio Grando. I tre uomini sono indagati per corruzione e i sostituti procuratori Giancarlo Avenati Bassi ed Enrica Gabetta della Procura di Torino hanno inviato agli indagati l’avviso di conclusione delle indagini che dà loro venti giorni di tempo per difendersi così da evitare il rinvio a giudizio.

L’indagine è partita nel 2013 con l’arrivo a Torino di un fascicolo dalla Procura di Milano, che indagava sulle tangenti della fondazione destinate all’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni. In quel fascicolo c’erano le dichiarazioni rese da Passerino nell’interrogatorio del 2 ottobre 2012 nel quale ha rivelato il pagamento di 150 mila euro a favore di Grando: “Tra il 2007 e il 2008 era nostro interesse ottenere il riconoscimento della nostra struttura a Torino quale presidio pubblico. Abbiamo chiesto a lui un aiuto per l’istruttoria e il favorevole esito della pratica. Fu Grando a chiederci di eseguire il pagamento, estero su estero, che venne disposto solo quando fu completata con successo la pratica”. Dopo la ‘confessione’ i pm milanesi avevano anche ottenuto la prova tramite una rogatoria in Svizzera: da una società di New York gestita dal direttore amministrativo e alimentata con fondi usciti dalla fondazione, la Ramsete LLc, era partito l’ordine di un bonifico di 150 mila euro da un conto alla banca Pnb di Bellinzona a un conto alla Credit Suisse, sempre di Bellinzona, intestato a Grando.

Perché versare questi soldi a un consulente esterno? Nel giugno 2008 Grando, per decenni dirigente della sanità pubblica con la fama di oppositore degli sprechi e delle cliniche private, era stato nominato consulente della Regione per supportare la direzione “Sanità”. Tra i suoi incarichi c’era pure quello di aiutare l’amministrazione e le aziende sanitarie a contrattare con le case di cura private. In questa sua funzione avrebbe potuto oliare i meccanismi e così sarebbe avvenuto, almeno secondo i pm. Maugeri e Passerino hanno promesso e poi versato denaro al “pubblico ufficiale” “come retribuzione di atti contrari ai doveri d’ufficio, avendo lo stesso Grando interferito ed esercitato la sua influenza, anche con atti formali, a che la clinica Major fosse accreditata come presidio”. Dopo la sua relazione al direttore regionale alla Sanità Vittorio Demicheli, la giunta di Mercedes Bresso (centrosinistra) ha approvato l’accreditamento della clinica nell’aprile 2009. Il consulente avrebbe dovuto anche facilitare il cambio di nome della struttura “da ‘Casa di cura Major’ a “Fondazione Salvatore Maugeri – Clinica del lavoro e della riabilitazione’”, ma questa la bozza del provvedimento venne respinta.

C’erano dei dubbi sulla rapidità con cui la giunta aveva riconosciuto la clinica Major come presidio pubblico. Li aveva sollevati un consigliere regionale e ora senatore del Pd, Stefano Lepri, in un’interrogazione fatta il 27 luglio 2012, dopo lo scoppio dello scandalo Maugeri in Lombardia, ma prima della confessione di Passerino. Il consigliere democratico segnalava che tra il 2009 e il 2010 la Regione aveva destinato alla fondazione sei milioni di euro come rimborsi per le prestazioni e si chiedeva quanti altri soldi pubblici fossero finiti alla Maugeri e quali altri contratti di ricerca e consulenza fossero stati firmati. Le sue domande non ottennero risposte.

L’ex assessore regionale alla Sanità Eleonora Artesio, sentita da IlFattoQuotidiano.it, afferma di non aver mai avuto dubbi sul consulente, la cui figura sembrava specchiata: “Era ritenuto un garante dell’autonomia della sanità pubblica dalle pretese della sanità privata. Sembrava una figura competente – spiega l’ex assessore che all’epoca non sospettava degli interessi della fondazione Maugeri – aveva pochi presidi, era una presenza debole e radicata da anni. Noi avevamo fatto delle delibere con cui si confermavano le attività e si riconosceva un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, ma senza oneri economici”.