La possibilità del rischio è palese ad ogni bivio, ad ogni scelta possibile. Ma l’infinito, o il baratro, che si apre, o si spalanca al confine tra l’infanzia e l’adolescenza, nel limbo tra quest’ultima e l’essere adulto, è il vuoto ed il vortice che ogni essere umano prova e sente come spaesamento, perdita dei punti di riferimento, cambiamenti umorali, fisici, mentali. Tutto si ribalta, quello in cui fino a poco prima credevi adesso ti sembra una nullità, una fantasia, una bugia. Questo l’incipit di ‘Rhizikon, visto al festival Contemporanea, pezzo della francese danzatrice acrobatica circense Chloé Moglia (altra bella scoperta del direttore Edoardo Donatini che riesce sempre a scovare, soprattutto da Oltralpe, piccole e dolci sorprese che rincuorano sullo stato del teatro), pièce creata contro la dispersione scolastica e nel tentativo di scongiurare l’irreparabile che ha la forma della delinquenza o della droga.

Il rischio della caduta fa vertigine, imbarazzo ma anche spiccare il volo. Il rischio è l’attimo prima dell’abisso. E qui ci ha ricordato il “Potevo essere io” con la splendida Arianna Scommegna in scena. Un telaio da altalena, il ritorno al fanciullino ed al gioco, una struttura quasi porta da calcio con un pannello verde, una porta da saloon che pare chiusa ed inaccessibile verso l’adultità, che poi si scoprirà essere una lavagna, ed anche qui un rimando, facile ed immediato, alla scuola, allo studio, alla disciplina, all’apprendimento. E’ una fatica crescere. La danzatrice con modi scimmieschi, con una grazia elegante e fine rimane incollata alla traversa orizzontale, si appende per un braccio solo, fa evoluzioni olimpioniche (dopotutto siamo nella città di Juri Chechi) di una forza estrema e precisione millimetrica. Tutto è svolto con leggerezza e brio, morbidezza senza strappi.

E mentre è appesa a testa in giù, mentre si tiene per i piedi (scarpe e maglioncino rosso che ci riportano alla fiaba, alla favola per eccellenza) riesce a disegnare, a scrivere alla rovescia (addirittura in italiano). Sembra di vedere la Linea di Cavandoli. Adesso sono questi omini bianchi di gesso che interagiscono con la disegnatrice, si animano, quasi si avviluppano in un corpo a corpo. Il modo di lavorare della Moglia ci ricorda Ilana Yahav, l’artista israeliana, celebre per uno spot Eni, che crea mondi con i suoi disegni sulla sabbia, oppure Fatmir Mura, universi fragili e flebili che si cancellano per dare nuova vita a nuovi segni poetici.

Piccoli uomini sull’orlo del burrone, pronti alla catastrofe come dalle Torri Gemelle, oppure in modo divertente come Willy il Coyote “che cade ma non muore mai” come cantava Finardi. La fidanzata di Superman che cade nei cieli di New York prima di essere salvata dall’eroe con il mantello o, ancora meglio, una Wonderwoman che cade e si rialza, che si salva da sola, senza bisogno di padrini. Sull’impalcatura sfila via, sguscia come sull’olio, sembra che ceda, che non ce la faccia, che possa mollare la presa, abbassare la guardia, ed invece resiste, continua nelle sue piroette rotanti aeree, volteggia su quel palo in alto che è la vita in bilico con un grande controllo del corpo nella più completa semplicità. Forse la vita, soprattutto degli adolescenti, è una scritta al contrario, è “carte da decifrare”.

Inevitabile la citazione cinematografica: “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fin qui, tutto bene. Fin qui, tutto bene”. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”. (la pellicola ‘L’odio’, Mathieu Kassovitz).

Foto: @IlariaCostanzo