Rubare una borsetta, svuotarla del contenuto, nascosta nel bagno di una discoteca, intascare i quattrini, circa 70 euro. E sperare di farla franca. Una vigilessa genovese, in servizio alla sezione di Sestri Ponente, è finita nei guai per aver sottratto la borsetta di un’altra donna mentre si trovava, fuori servizio e in borghese, in compagnia di alcuni colleghi, in una discoteca del centro di Genova, nella notte fra il 5 e il 6 gennaio 2013. Dopo una contestazione disciplinare sfociata nella sospensione dal servizio con ritiro dell’arma, la vigilessa, una donna di mezza età, è stata licenziata. Il giudice del lavoro alla quale lei si è rivolta, Giuliana Melandri, ha confermato il licenziamento, ma le ha riconosciuto un indennizzo pari a un anno e mezzo di stipendio. All’incirca 20mila euro, al netto delle tasse. Motivazione: la donna ha certamente perpetrato il furto, lo documentano le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza del locale pubblico. Ma ha agito in uno stato di alterazione mentale che le ha impedito di valutare correttamente le proprie azioni. In termini giuridici, Elena T. mentre stava rubando quella borsetta, era seminferma di mente. Sembra un ossimoro, forse lo è, sebbene sostenuto, in punta di diritto, dalle modifiche apportate allo statuto dei lavoratori dalla legge Fornero che prevede l’indennizzo in alcuni casi di licenziamento per giusta causa. 

Assistita dall’avvocato Gian Emilio Genovesi, designato dal sindacato autonomo Csa, la donna si era opposta al provvedimento del Comune di Genova che l’aveva licenziata. In tribunale aveva presentato le prove che poi hanno convinto il giudice a prendere quella strana decisione: la vigilessa nel periodo contestato si trovava in condizioni psicologiche alterate, soffriva di depressione, anche per via della morte della madre. Lo attestava il certificato medico redatto in data antecedente alla serata di baldoria in discoteca e lo aveva confermato il consulente tecnico nominato dal tribunale. Se Elena T. soffriva davvero di turbe psicologiche, perché era rimasta in servizio? E’ certo infatti che Elena T. non si trovava affatto in malattia, ma era regolarmente in servizio alla sezione della polizia municipale di Sestri Ponente. Risulta anche che dopo la denuncia aveva tentato una maldestra difesa, sostenendo di essersi impadronita per errore della borsetta. Uno scambio involontario, insomma. Le immagini delle tv a circuito chiuso della discoteca e il contenuto del verbale dei colleghi l’avevano smentita. Era assodato infatti che la donna si era subito appartata nei bagni del locale e aveva svuotato del contenuto la borsetta rubata, sottraendo 70 euro in contanti. Il giudice però ha adottato una singolare argomentazione per giungere alla decisione, assunta con un’ordinanza. Scrive il giudice: “I fatti ritualmente contestati non sono idonei a integrare giusta causa o giusto motivo, con conseguente illegittimità del licenziamento”. E tuttavia “per poter applicare le sanzioni previste in caso di licenziamento privo di giusta causa e giustificato motivo (e quindi sanzionare il Comune) occorre tener conto delle modifiche apportate dalla legge 92/20122″. Appunto la legge Fornero che ha inciso anche sulla disciplina dell’articolo 18.

“Per quanto mi riguarda, accertato che si era davvero trattato di un furto, il licenziamento era inevitabile”, commenta a ilfattoquotidiano.it Corrado Cavanna, responsabile della funzione pubblica per la Cgil genovese. “Il licenziamento per giusta causa è infatti previsto anche per il dipendente pubblico che viene meno ai doveri previsti nel suo contratto di lavoro. La decisione del magistrato nel caso della vigilessa mi sembra singolare. Aggiungo che presso il Comune di Genova, all’epoca del fatto, era ancora in funzione il cosiddetto Ufficio Benessere dei lavoratori che aveva il compito di vigilare su eventuali situazioni di disagio fisico e psicologico e di fornire assistenza al lavoratore che ne fosse affetto. L’attuale giunta lo ha poi smobilitato. Se in ipotesi la vigilessa si fosse rivolta all’ufficio in cerca di aiuto, senza riceverlo questo potrebbe anche configurare una negligenza ascrivibile all’ente pubblico”.