L’unione tra teatro e cucina non è un fenomeno nuovo. Questo connubio risale a tempi remoti e riporta alla concezione classica del “convivium” romano e del “simposio” che nella cultura greca condensava i valori che nobilitano l’uomo. Era un’occasione di socialità e apriva le porte a una vera e propria forma di conoscenza fatta attraverso la conversazione tra i commensali e accompagnata da vino, buon cibo, musica e poesia. Non poteva da ultimo mancare lo spettacolo teatrale. Ai giorni nostri ci sono addirittura delle compagnie che propongono stagioni di teatro gastronomico. Un esempio è il teatro di Tiziana Di Masi che spiega: “Il cibo entra in relazione con una dimensione stimolante e imprescindibile dal punto di vista estetico: l’elaborazione di particolari comportamenti e rituali, l’universo della tavola fatto di luoghi, colori e atmosfere, il cibo come legame”. La cucina smette quindi di essere nutrimento fine a se stesso e si trasforma in ricordo, spesso in nostalgia.

Max Pisu, comico di Zelig, racconta a ilfattoquotidiano.it: “Se penso alla cucina mi viene subito in mente il vecchio cucinino di mia mamma dove c’era tutto: fornelli, forno, lavandino, un piccolo tavolino, una serie di mensole e un paio di pensili appesi stracolmi di pentole e piatti. C’era tutto tranne la futuristica lavastoviglie. Perché a quei tempi la lavastoviglie era mia mamma”. Ogni attore, pur conducendo una vita frenetica e ricca di eventi nella quale il tempo per sedersi a tavola spesso manca, non rinuncia alla buona cucina.

Max Pisu continua: “Oggi va molto di moda lo street food e non nascondo il piacere di addentare un bel panino con la porchetta tornando di notte a casa affamato dopo uno spettacolo. Però, se devo uscire a cena, preferisco un’osteria accogliente, quantomeno provvista di sedie e tavoli”. Anche Margherita Antonelli, attrice di teatro e del piccolo e grande schermo, dice: “Io in piedi non so proprio mangiare. Sarà che mia mamma da piccola mi ha abituata a cenare sempre e solo seduta”. In ogni ricordo gastronomico compare un affetto. Ecco che anche a teatro il comfort food va per la maggiore. Il cibo nella cultura del Ventunesimo secolo si trasforma in un concetto che racchiude in sé mille sfumature e inclinazioni.

Per Tommaso Amadio, attore e co-direttore artistico del Teatro dei Filodrammatici di Milano, il “cibo dell’anima è il Dulce de Leche portato dai miei zii dall’Argentina. Per me quel dolce è sinonimo di festa, ma è anche legato a un preciso momento di riconciliazione familiare. Me lo portavano nei barattoli di latta ed era liquidissimo. Davvero molto buono. E poi ci sono anche le olive ascolane di mia nonna paterna”. Se invece si chiede a Max Pisu qual è la sua portata dice: “Io rimango sul pollo arrosto. Era il piatto del sabato a mezzogiorno, il segnale che la settimana scolastica era terminata. Un bel ricordo…il profumo del rametto di rosmarino, la croccantezza della pelle abbrustolita, le mani e il muso unti”.

Antonelli invece stupisce con un piatto semplice: “Il mio comfort food è la carne alla pizzaiola che mi faceva mia madre, ma anche l’uovo sbattuto che mi preparava sempre lei da piccola quando non mi sentivo bene. Ancora oggi quando non sono in forma lo cucino”. La cucina è ricordo, affetto, nostalgia, ma anche dono. Amadio racconta infatti: “Se mi si parla di cucina mi viene in mente più mangiare, che cucinare. Considero un gesto di una generosità totale cucinare qualcosa che nel giro di brevissimo tempo verrà mangiato da altri. Lo trovo molto vicino alla sessualità come gesto di incontro, di darsi”.