Il Tesoro americano, istituzione responsabile per la compilazione delle liste del terrore americane, accusa il Qatar ed il Kuwait di non far nulla per bloccare il finanziamento ai gruppi armati jihadisti in Siria, incluso lo Stato Islamico, attraverso le sue organizzazioni caritatevoli. Sembra assurdo che nella stessa settimana in cui questi due Stati hanno aderito alla grande coalizione anti Stato Islamico, iniziativa promossa dal Presidente Obama, un organo amministrativo statunitense accusi queste stesse nazioni di finanziare il nemico.

Nell’assurdo e surreale disordine mondiale in cui viviamo questo tipo di contraddizioni sono, ahimè, all’ordine del giorno.

La risposta del Qatar e del Kuwait è prevedibile, non faranno nulla. E’ però anche vero che a seguito degli accordi presi nelle ultime settimane dai paesi della coalizione, Stati Uniti, Europa e tutte le nazioni facenti parte di questo fronte, in un modo o nell’altro ‘finanziano’ i ribelli siriani, tra i quali anche jihadisti. Che questo avvenga attraverso le armi, i bombardamenti o con iniezioni di denaro non importa. Allora perché accusare il Qatar ed il Kuwait? Per distrarre e confondere l’opinione pubblica.

Dal 2012 lo Stato Islamico è indipendente e non ha bisogno degli sponsor, il processo di privatizzazione del terrorismo è avvenuto molto rapidamente proprio grazie alla moderna guerra per procura che dal 2011 si combatte in Siria. Una rosa di sponsor, tra cui i sauditi, alleati fedeli degli americani, e naturalmente anche il Qatar ed il Kuwait, hanno finanziato gruppi sunniti ribelli, tra cui anche milizie jihadiste, come il fronte al Nusra, una sorta di succursale di al Qaeda in Siria, e lo Stato Islamico in Iraq, poi ribattezzato Stato Islamico in Iraq e Siria (ISIS) ed oggi conosciuto come Stato Islamico. Il motivo è stato rovesciare il governo di Assad appoggiato dall’Iran e dalla Russia, che a loro volta hanno finanziato un’atra rosa di gruppi armati e milizie sciite. Agli americani, impossibilitati ad intervenire militarmente in Siria dal veto russo e cinese nel Consiglio di sicurezza, questa politica andava bene.

Il moltiplicarsi dei gruppi sponsorizzati ha però frammentato l’opposizione e creato situazioni in cui costoro si combattevano tra di loro. Lo Stato Islamico ha sfruttato tutto ciò ed invece di combattere le milizie di Assad ha attaccato i più deboli gruppi jihadisti e ribelli, conquistando pezzo per pezzo il territorio che oggi controlla in Siria.

Tutto ciò ha permesso ad al Baghdadi, il nuovo Califfo, di conquistare risorse strategiche importantissime con le quali finanzia la guerra di conquista e gestisce il Califfato. Secondo il Wall Street Journal, soltanto il contrabbando di prodotti petroliferi dai pozzi del Nord della Siria genera 2 milioni di dollari al giorno. Profitti che vengono distribuiti tra lo Stato Islamico e le tribù sunnite della zona.

Tagliare i finanziamenti dello Stato Islamico non è possibile perché ormai è uno Stato e l’economia fa parte di un territorio vasto controllato dalla stessa autorità. Sarebbe naturalmente possibile bloccare il contrabbando lungo i suoi confini, ma per farlo bisognerebbe controllare queste zone, cosa che né gli Stati Uniti né la coalizione possono fare. Né sono in grado di convincere la Turchia a chiudere le frontiere con la Siria, a parte il problema umanitario – visto che tutte le ONG si trovano in questa zona ed i profughi siriani entrano in Turchia da questo confine – il problema fondamentale è la convivenza con un nuovo Stato limitrofo, anche se questo è uno Stato terrorista e canaglia. Il rilascio degli ostaggi turchi, avvento questa settimana, ne è la riprova.

La situazione è dunque molto, ma molto più complessa di quanto si creda e l’opinione pubblica fatica a digerirla. Prima o poi, però, il quadro sarà chiaro, ed a quel punto la nuova coalizione mondiale apparirà per quello che è, l’ennesimo escamotage americano per intervenire militarmente nel Medio Oriente senza il mandato delle Nazioni Unite. Dick Cheney, l’uomo che formulò nel lontano 1993 la strategia americana per rilanciare la posizione egemonica americana sostituendo l’autorità di Washington a quella dell’ONU, sarà ben contento.

Il nuovo libro di Loretta Napoleoni Islamist Phoenix, how the Islamic State is redesigning the map of the Middle East, pubblicato dalla 7 Stories Press,  uscirà negli Stati Uniti ai primi di novembre. Per leggere l’introduzione