Si allarga la coalizione anti-jihad. A fianco degli Stati Uniti nella guerra contro l’Isis in Iraq e Siria si schierano dieci Paesi arabi. Durante il suo viaggio in Giordania, Turchia, Egitto, emirati del Golfo e soprattutto l’Arabia Saudita, il segretario di Stato americano John Kerry ha raccolto ampie adesioni a sostenere raid aerei contro i miliziani dell’autoproclamato califfo Al-Baghdadi. I nuovi alleati degli Usa dovrebbero fornire supporto logistico, di intelligence, ma al momento è escluso un coinvolgimento militare diretto. La notizia dell’allargamento del fronte anti Isis viene riportata direttamente da alti funzionari del Dipartimento di Stato al seguito di Kerry citati dal New York Times. “Ci sono state offerte sia al Centcom che agli iracheni da parte di Paesi arabi per condurre azioni più aggressive”, ha detto uno dei funzionari usando la sigla del Comando Centrale Usa, che supervisiona le operazioni militari in Medio Oriente. Kerry però ha precisato: “Non ci coordineremo con la Siria” per condurre quella che il segretario di Stato definisce una “guerra”. La paura di Washington è che l’impegno contro l’Is finisca per aiutare il nemico Bashar al-Assad. Per questo Kerry ha precisato che gli Usa “si accerteranno che non stiano per fare cose di cui potrebbero poi pentirsi“.

Ma dopo la decapitazione del cooperante scozzese David Haines, a fianco di Obama scende l’alleato di sempre: la Gran Bretagna. Il premier conservatore David Cameron, infatti, ha sciolto le perplessità iniziali all’interno del suo stesso governo ed è deciso a sostenere in prima linea l’impegno militare Usa. “Daremo la caccia agli assassini, non importa quanto tempo servirà” ha detto a caldo il primo ministro inglese. Come? Al termine del vertice straordinario con i vertici della sicurezza, Cameron ha fatto sapere che il Regno Unito appoggerà l’azione Usa non solo a parole ma anche con aerei Tornado e velivoli per la sorveglianza che forniscono informazioni di intelligence. Ma ha sottolineato, ancora una volta, che non verranno dislocate truppe di terra. L’impegno di Londra proseguirà anche nel sostegno al governo iracheno e dei curdi, negli aiuti umanitari e nel “formidabile sforzo dell’anti-terrorismo in patria”. L’iniziativa militare dovrà essere messa in atto ad ogni costo contro i “mostri” dell’Isis, ha detto il premier. Anche senza il cappello dell’Onu, ha precisato.

La svolta di Londra arriva perché l’esecuzione del 44enne, da sempre impegnato nell’aiutare i musulmani nei teatri di guerra, è una chiara minaccia ai paesi occidentali e arabi alleati degli Stati Uniti. Non a caso l’ennesima barbarie dell’Isis diffusa su internet si intitola “Messaggio agli alleati dell’America” (guarda): una dichiarazione di guerra, in risposta a quella lanciata da Barack Obama l’11 settembre all’autoproclamato Stato islamico. Un “affronto” che va ad aggiungersi alle decapitazioni dei reporter americani James Foley e Steven Sotloffche Londra e Washington non vogliono lasciare impunito. Anche perché il Regno Unito è uno dei paesi più minacciati dai terroristi. Nelle mani dei jihadisti, infatti, c’è ancora un ostaggio britannico: il cooperante di Manchester Alan Henning, che viene mostrato alla fine del video in cui viene ucciso Haines e che potrebbe essere la prossima vittima dei tagliagole dell’Isis. Non solo, secondo l’intelligence britannica il boia che in un mese ha sgozzato tre ostaggi è con ogni probabilità un cittadino inglese. Si tratterebbe del rapper londinese 23enne Abdel-Majed Abdel Bary, conosciuto come “Jihadi John”. E a lui sono rivolte le parole di Cameron che si è detto “disgustato” dal fatto che un britannico militi fra le file dell’Isis e che possa aver compiuto lo “spregevole” assassinio. 

Intanto a Parigi è riunita la conferenza internazionale, nella quale i 30 Paesi della coalizione cercheranno di delineare la strategia e le misure da adottare contro l’Isis. L’Italia sarà rappresentata dal ministro degli Esteri Federica Mogherini. Mentre la Francia, membro dell’alleanza anti-jihad, nelle prossime ore avvierà i primi voli militari di ricognizione in Iraq. Lo ha annunciato il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian, in visita negli Emirati Arabi Uniti: “A partire da questa mattina, i primi voli di ricognizione si svolgeranno con l’accordo delle autorità irachene e delle autorità degli Emirati Arabi Uniti”, ha spiegato il ministro dalla base di Al-Dhafra, in cui si trovano circa 200 militari, tra cui piloti degli aerei da caccia Rafale.

Anche se l’alleanza promossa da Obama ha raccolto molti consensi internazionali, per molti paesi europei esiste il problema della legittimazione internazionale per qualsiasi tipo di intervento militare in Siria. Altri stanno studiando un modo per appoggiare gli Usa ma senza un coinvolgimento troppo diretto. Mentre Berlino ha già fatto sapere che non aderirà. Ma la legittimità internazionale per operazioni di guerra – che potrebbe essere concessa dall’Onu – rischia di essere ostacolata dalla Russia, alleata del regime di Damasco. Perché se da un lato Mosca si oppone allo Stato islamico suo nemico di Assad,dall’altro vorrebbe che il presidente siriano venisse riconosciuto come un membro della grande coalizione anti-jihadista.

Una posizione condivisa anche dall’Iran che però ha respinto la richiesta di cooperazione da parte degli Stati Uniti. Lo ha detto la guida suprema Ali Khamenei: “Gli Usa attraverso il loro ambasciatore in Iraq ci hanno chiesto di cooperare contro lo Stato Islamico. Ho rifiutato perché hanno le mani sporche”, ha detto uscendo dall’ospedale dopo un’operazione.