Contrariamente alla percezione comune, traumatizzata dalla recente decapitazione del cooperante scozzese David Haines “Va innanzitutto ricordato che i rapimenti non sono il principale rischio per gli operatori umanitari: vengono prima le imboscate nei percorsi stradali e gli attacchi ai checkpoint”, spiega Marco Bertotto, direttore del network di Ong Agire – Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze Umanitarie”.

Foto: Intersos

In ordine di vittime sono l’Afganistan (81), seguito da Siria (43) Sud Sudan (35), Pakistan (17), Sudan (16) ed altri in minor numero (fonte Aid Worker Security Database, www.aidworkersecurity.org)

Precisiamo innanzi tutto che qui si parla di cooperanti impegnati in programmi di assistenza umanitaria ed in scenari di crisi e non della cooperazione allo sviluppo, decisamente più sicura.

Secondo l’Aid Workers Security Report 2014

L’anno 2013 ha registrato un aumento del 66% nel numero di vittimedal 2012, con 251 attacchi, 460 operatori umanitari colpiti di cui 155 uccisi, 171 gravemente feriti e 134 rapiti. Il picco di attacchi nel 2013 è stata trainato principalmente dai crescenti conflitti e il deterioramento della governance in Siria e Sud Sudan. La maggioranza delle vittime erano membri dello staff di Ong nazionali e della Croce Rossa –Mezzaluna.

vittime cooperazione

(Il rapporto completo è fornito dall’ Aid Worker SecurityDatabase –Awsd-, un progetto di Humanitarian Outcomes sostenuto da finanziamenti Usaid. Vedi anche www.aidworkersecurity.org e www.humanitarianoutcomes.org/awsd)

Tra i ‘perché’ del netto aumento dei rapimenti, troviamo il fatto che questi fanno più notizia, soprattutto per gli esiti ‘mediatici’ che sono uno degli obiettivi primari. Probabilmente per questo: “ Il numero dei rapimenti è quadruplicato nell’ultimo decennio” ricorda Bertotto.

Sono dati allarmanti anche se va considerato che la popolazione globale degli humanitarian workers è cresciuta dal 2003 del 6-7% l’anno e questo vorrebbe dire che nel 2014 il totale è pressoché raddoppiato rispetto al 2003. L’aumento di incidenti e vittime deve tener conto anche di questo fortissimo aumento delle persone sul campo.

Secondo Stefano Oltolini, di Fondazione Aiutare i Bambini: “Per quanto riguarda la cooperazione allo sviluppo, da un decennio è cambiato fortemente lo scenario e la percezione del ruolo dell’operatore umanitario delle Ong, che da dopo le guerre in Afganistan e Iraq (2002-2003 in poi) sono sempre più spesso considerati ‘embedded’ (connessi, incorporati) alla forze militari e politiche occidentali e sempre meno indipendenti.”

Inoltre: “La globalizzazione e gli stranieri sono visti come causa di tutti i mali. Paura, odio, senso di superiorità, energie incontrollabili che massimizzano le reazioni violente contro tutti i diversi della comunità di appartenenza…” ci dice Sandro Calvani, già alto funzionario delle Nazioni Unite, oggi impegnato nella formazione delle Ong e degli operatori umanitari come Direttore del corso in Humanitarian Affairs in International Relations” alla Webster University a Bangkok, Tailandia, e Senior Adviser del Master ‘Hope -Humanitarian Operation in Emergency’ di Asvi Social Change.

Sono più o meno gli stessi meccanismi ‘- ricorda Calvani –“che provocano estremismi razzisti in Europa e Usa e che portano a bruciare un barbone, massacrare un negro, fare una strage di bambini’

Come possono le Ong limitare il pericolo? E’ più facile per le Ong impegnate nei progetti di sviluppo: Inviando operatori verso i partner locali il nostro approccio è sempre di massima prudenza, evitando quindi i contesti di rischio, ma è un discorso che ovviamente non vale per le Ong di emergenza che invece vanno proprio laddove più serve il loro intervento immediato”, spiega ancora Oltolini.

L’Aid Worker Security Report 2014 insiste molto sul miglioramento dell’ “humanitarian security management”nello sviluppo di strategie per la prevenzione del rischio di sequestri e la negoziazione di accesso e transito sicuro, dato che questo come visto è il principale fattore di rischio.

L’interruzione dei programmi e il ritiro degli operatori in caso di rischio concreto sembra a volte l’unica soluzione, anche se ‘la macchina degli aiuti’ è partita e non è facile metterla in pausa, con i suoi doveri verso i beneficiari ed i donatori che hanno finanziato l’intervento ma che capiscono che il primo dovere delle Ong è quello di salvaguardare le vite dei propri membri.

Anche la formazione gioca un ruolo importante per limitare i rischi, sia nei confronti delle Ong che di coloro che vogliono accingersi ad un percorso professionale di carriera e di vita nell’ambito dell’emergenza umanitaria, ed è questo il motivo per cui come Scuola di Management siamo impegnati a formare gli operatori dell’emergenza su standard di qualità e sicurezza internazionali, con molti manager del settore.

I curricula e i programmi di formazione per la sicurezza sono ormai piuttosto codificati, come dimostra il lavoro di analisi del programma Ngo Safety and Security Training Project.

In conclusione, forse il perché va ricercato anche nel fatto che le Ong sono un ‘ponte’ di dialogo e di sviluppo, portano soccorso prima e supporto allo sviluppo anche economico superata l’emergenza primaria.

Costituendo per questo una perenne spina nel fianco a chi, da una parte o dall’altra non vuole che quel ponte per lo sviluppo sia costruito. E questo vale tanto per i mafiosi italiani quanto per i tagliagole islamici.

(Sul tema mafia e non profit vedi anche il recente post: ‘I tanti Don Ciotti che battono la mafia’)  

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