Nostalgia del passato? Neanche a parlarne. Solo fame del folklore futuro. Nella Grecia resa apatica e politicamente abulica da un triennio di troika, è l’arte a battere un colpo nella direzione della modernità. Orestis and Lysandros Falireas, Alexis Arapatsakos, Giannis Diskos, Periklis Aliopis, Lambis Kountourogiannis, Stelios Provis, MC Yinka, Rena Morfi si sono inventati un gruppo, Imam Baildì. E hanno modernizzato il rebetiko, il tradizionale sound ellenico di cui uno dei maggiori interpreti è stato il compositore Vassilis Tsitsannis, passando per Chiotis, Vamvakaris, Papaioannou e Perpiniadis.

Perché il rebetiko è sinonimo di arte ed emozioni? Nato trìchordo, nella sua espressione più originale, dopo la seconda guerra mondiale è stato anche a quattro doppie corde, il tetràchordo reso famoso da Manolis Chiotis. Tsitsannis, autore di quasi tremila pezzi, vi ha dedicato una vita per celebrare le grandi passioni dell’uomo: l’amore, la morte, le delusioni, gli odi, le speranze, i sogni. Tanti, infiniti, semplici e diretti ma anche terribilmente complicati e a volte irrealizzabili. E proprio per questo affascinanti e unici. Quasi una cartina di tornasole per osservare, dall’alto di un satellite ideale, la Grecia di oggi, con le sue crisi strutturali che i grandi media ci dicono ormai “risolte” ma soprattutto sociali e identitarie, con migliaia di giovani che fuggono in Australia e altrettanti che restano a tentare l’impossibile.

Ecco che il rebetiko di Imam Baildì si fa speranza, perché accende i palchi anche stranieri (tournée in Germania, Slovenia) e offre lo stimolo di una sonorità passata che decantava imprese e piccoli grandi momenti di vita come motore per una rinascita intellettuale. E’ stato il rebetiko a caratterizzare fortemente la società ellenica prima preda della guerra civile, poi della dittatura dei Colonnelli, poi della apparente democrazia targata socialista che ha iniziato a dissipare ciò che oggi è terminato.

E il rebetiko è stato sempre lì, a presidiare quel pezzo di mondo più unico che raro, dove per conquistare una donna erano capaci di far recapitare sul palco dei “rebetades” anche dieci chili di petali di rose, dove l’essere rebetes aveva un significato intrinseco di intellettuali della vita attraverso le note del bouzouky, dove le passioni incendiarie che hanno fatto la storia della Grecia – sin dall’antichità con eroi armati di spade o di filosofia, sino a giungere ai giorni nostri, con la liberazione dall’oppressione ottomana dopo quattrocento anni di schiavitù – scorrono lungo quelle corde e quelle sonorità. Che hanno fatto innamorare anche Vinicio Capossela e il suo Rebetiko Gynastas, registrato negli storici studi Sierra di Atene.

Il rebetiko non è solo suoni in serie, ma miele dell’anima, dolcezza che si fa aspra per poi tornare un attimo dopo zuccherina e bella. Bellissima, intrigante, avvolgente e struggente. Come Ti simera, ti avrio, ti tora, in cui Tsitsannis certifica che “meglio separarsi adesso, dal momento che la convivenza non funziona”. Paradigma del cuore, che si adatta all’amore di coppia, di amici, di tutto, compresa anche quell’Unione che esiste sulla carta ma non tra le frontiere del sud mediterraneo.

Un omaggio a quello stile, carico e denso di significati, viene oggi da Imam Baildì: voci, ma soprattutto cuori di quel pezzo di Mediterraneo che sta gridando, anche in versi, tutto il suo dolore.

Twitter@FDepalo