Come gli animali al risveglio dopo il letargo, Carlitos Tevez sbrana il Malmoe cancellando il digiuno di gol. Il lungo inverno dell’argentino durava dal 7 aprile 2009 quando vestiva la maglia del Manchester United e sentì per l’ultima volta il dolce suono provocato dallo strusciarsi di un suo tiro sulla rete in una notte di Champions League. La primavera sboccia dopo 1988 giorni, pari a 1003 minuti di gioco, e cancella tutte le paure della Juventus, pure lei ancorata a troppi complessi nelle notti d’Europa.

I bianconeri avevano vinto una sola delle ultime otto partite, il ritorno contro il Copenaghen della scorsa stagione. Ma i danesi erano anche stati gli artefici dell’eliminazione juventina, grazie al sorprendente 1-1 strappato nella prima giornata. E l’incubo, in questa edizione, sembrava solo aver passato lo stretto di Oresund, che divide Copenaghen da Malmoe, ed essersi parato di nuovo davanti alla Vecchia Signora.

Bravi i piccoli svedesi a tenere in ostaggio la Juventus per oltre un tempo, soffrendo ma dando alla partita la giusta interpretazione, l’unica possibile. Catenaccio vecchia scuola, pochi fronzoli, ma anche scarsa esperienza europea nell’undici iniziale, dove gli unici ad aver giocato una partita di Champions sono Adu e Rosenberg, 24 presenze in due. Regge fino a quando la squadra di Allegri – ancora privo di Barzagli, Pirlo e con Pereyra assente per squalifica – rompe l’equilibrio nel risultato grazie alla zampata di Tevez, più affamato che mai.

Nel primo tempo i bianconeri mettono insieme il 60 per cento di possesso ma zero palle gol. La produzione del centrocampo è sterile, la mole di lavoro di Pogba resta inchiodata al limite dell’area dove gli svedesi sono maestri nell’intasare il traffico, schierandosi anche in sei sulla stessa linea. Asamoah e Tevez ci provano con le cannonate, l’argentino spreca anche uno dei rari triangoli, seguito dal bis di Lichtsteiner, una perenne spina nel fianco per la difesa. Sembra una film già visto. E alla fine la Juve rischia anche di porgere la guancia allo schiaffo degli avversari. Il Malmoe ha svolto i compiti a casa: salta sempre il pressing bianconero lanciando lungo, la butta in caciara a centrocampo e poi prova a sorprendere. Tant’è che l’unica vera occasione nei 45’ iniziali nasce in contropiede ed è di marca svedese, ma Buffon è provvidenziale sul sinistro di Eriksson.

Nel secondo tempo aumenta il presidio nella metà campo svedese. Il canovaccio è sempre lo stesso. Mentre Marchisio veste i panni di Pirlo ma gli stanno stretti, Lichtsteiner porta a spasso Konate sulla destra, innescato ripetutamente da Pogba. I bianconeri costruiscono tutto in quella zona ma non basta. Serve una scossa. Così 1003 minuti di gioco dopo l’ultima volta, Tevez si mette in proprio e cancella la maledizione che lo accompagnava da cinque stagioni grazie a un assist di tacco di Asamoah, bravo a chiudere l’ennesimo triangolo cercato dall’argentino.

Tolta di dosso la scimmia, l’Apache torna a fare il motorino inesauribile al servizio della squadra provando a innescare i compagni. Llorente segna ma è in fuorigioco, mentre il Malmoe si spegne come un piccolo cerino. Sulle sue ceneri la Juventus passeggia, Lichtsteiner svuota i polmoni dell’ultimo ossigeno rimasto, Llorente sfiora ancora il raddoppio. Ma è scritto nel destino che sotto la partita ci sia solo una firma, quella di Tevez. Che infila il 2-0 su una punizione nata dalla prima accelerazione in bianconero di Alvaro Morata. Altro miele sulla grande abbuffata dell’orso argentino, tornato a graffiare dopo il lungo letargo.

Twitter: @AndreaTundo1