Schettino ci riprova. Sfida le verità dei periti e degli ufficiali della Capitaneria e insiste, due anni e mezzo dopo il naufragio del 2012 che ha causato 32 morti. L’ex comandante insiste e ribadisce la storia che dopo l’urto sugli scogli del Giglio è stato lui a portare la Costa Concordia a ridosso del porto dell’isola e permettere così operazioni di soccorso meno complicate. Tutto già smentito dalle relazioni di ammiragli e ingegneri nominati dal tribunale, ma l’ex capitano della Concordia va oltre: il merito del successo del trasferimento del relitto a Genova è anche suo, dice. “L’esito positivo ed encomiabile della complessa operazione, che ha consentito di recuperare la Concordia senza creare danni ambientali, ha rafforzato la mia convinzione di avere compiuto la giusta decisione, nel lasciarla adagiare sul basso fondale anziché correre il rischio che potesse inabissarsi al largo – dichiara in una nota scritta diffusa dalle agenzie di stampa – Durante il trasferimento non ho mai avuto dubbi in merito al buon esito dell’operazione e rivedere la Concordia in porto credo possa essere ragione di riflessione in merito alle scelte compiute, dopo l’urto con il basso fondale delle Scole”. “L’inaspettato e repentino abbattimento su di un lato della nave, congiuntamente alle concause verificatesi, queste ultime tuttora in corso di accertamento processuale, hanno purtroppo contribuito alla dolorosa perdita di vite umane – sottolinea Schettino – Questo evento luttuoso nel dolore unisce coloro che sono stati direttamente toccati negli affetti più cari. Che sia ora la mano dell’uomo a demolirla farà in modo che la Concordia riviva in altre forme e questa consapevolezza allevia ferite che difficilmente possono essere comprese da chi non è addetto ai lavori”.

Come spiega lui stesso, questa è una delle sue linee difensive principali. Una è quella secondo la quale è stato il timoniere Jacob Rusli Bin a non capire in tempo i suoi ordini di virata. Una seconda riguarda il funzionamento corretto dei generatori di bordo. Un’altra è proprio questa: dopo l’urto Schettino – ora rimasto unico imputato nel processo per vari reati – avrebbe compiuto una manovra di salvataggio che avrebbe portato la nave – con i motori fuori uso e il timone inservibile – adagiato al fondale di Giglio Porto. Lui ha provato dirlo nei giorni immediatamente successivi alla sciagura, ma negli stessi giorni una verità molto diversa emergeva dai rilievi della Capitaneria di Porto di Livorno. Nella sostanza la nave è arrivata lì e non ha preso il largo (con il rischio di un numero di vittime molto più alto) solo per il caso, anzi per la fortuna. Una tesi confermata poi davanti al tribunale dal pool di periti guidato dall’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, comandante dell’Accademia Navale di Livorno. Secondo gli esperti infatti l’ultima manovra eseguita dalla plancia della Concordia fu una virata a destra che avvenne subito dopo l’urto contro gli scogli, manovra che fece evitare un secondo impatto contro il Giglio: poi i timoni rimasero definitivamente a dritta, all’angolazione massima di 35 gradi, dopodiché i ”timoni furono fermi” e non più utilizzabili. “Dopo l’urto effettivamente l’ordine di mettere i timoni a dritta ha avuto l’effetto di allontanare la nave dall’isola” – disse Cavo Dragone in udienza – ma questa manovra fu l’ultima possibile da parte di Schettino e non ce ne furono altri”. I timoni e le pompe di sentina si bloccarono anche perché il generatore d’emergenza non funzionò. Tuttavia, hanno spiegato i periti, in ogni caso la superficie del timone in acqua sarebbe stata ”totalmente ininfluente” considerato che il vento di maestrale stava causando un potente effetto vela sulla mole della nave. E le pompe di sentina non avrebbero comunque mai potuto buttare fuori acqua in modo sufficiente, rispetto alla massa d’acqua entrata dalla falla di quasi 60 metri. Quindi, secondo i periti, furono il vento e lo scarroccio della nave alla deriva, hanno spiegato i periti, a portare la Costa Concordia a ridosso dell’isola del Giglio.