“Ho voluto dare un segnale concreto di rinnovamento”. Il Ministro Lorenzin annuncia così il decreto di nomina dei 30 componenti del nuovo Consiglio superiore di Sanità (leggi i nomi), altro tassello chiave che ha deciso di sostituire nel risiko di poltrone che ha avviato all’interno della sua macchina burocratica. Dopo il commissariamento dell’Istituto Superiore, la sostituzione dei vertici e l’annunciata riforma di Agenas e Aifa, il ministro giovedì sera ha chiuso anche la lista dei nuovi componenti del CSS che lei stessa aveva nominato meno di un anno fa. Dovevano rimanere in carica tre anni. Dopo dieci mesi soltanto li ha fatti decadere per nominarne di nuovi. Che poi così nuovi, a ben vedere, non sono.  

Il rinnovamento si ferma però subito alla targa di Adelfio Elio Cardinale, che andrà solo sbianchettata perché del vecchio Consiglio era il vicepresidente: professore emerito di Radiologia presso l’università degli studi di Palermo, già sottosegretario del governo Monti, marito di Annamaria Palma, già capo di Gabinetto di Schifani al tempo della sua presidenza del Senato. Il suo nome era finito nell’inchiesta barese su concorsi truccati (posizione stralciata a maggio). Oppure alla targa di Mario Stirpe, classe 1936, oftalmico presidente Irccs “Fondazione G.B. Bietti” di Roma, che nella Prima e Seconda Repubblica ha scrutato le pupille dei potenti. Le ultime note sono quelle di Silvio Berlusconi al quale ha diagnosticato la famosa uveite (insieme ad Alberto Zangrillo, che invece non è stato confermato).

 A scorrere l’elenco rinnovato, sono ben 12 i consiglieri che sedevano già in quello vecchio. Un terzo del totale. Oltre a Cardinale e Stirpe, il preside dell’Università Cattolica del Sacro cuore Rocco Bellantone, il biomedico Placido Bramanti, il farmacologo Silvio Garattini, l’endocrinologo Andrea Lenzi, il ginecologo Mauro Marchionni, il genetista Giusppe Novelli. Altri esperti riconfermati sono Anna Teresa Palamara, Eleonora Porcu, Giovanni Scambia e Giuseppe Segreto. Insomma, un terzo di rinnovamento non è pervenuto. Gli altri 18 consiglieri sono invece ingressi nuovi a tutti gli effetti.

Aldilà dei nomi, molti davvero emeriti e altri magari meno, è assai difficile decodificare l’intera operazione. A partire dalle sue reali motivazioni. Quelle ufficiali sarebbero legate a esigenze di risparmio ed efficienza che dovrebbero via via investire tutti gli enti vigilati e di ricerca. Il nuovo CSS è infatti composto da 30 membri anziché 40, come stabilito nel decreto di riforma della Pa approvato il 24 giugno scorso. “Perché è vero che gli incarichi sono ricoperti a titolo gratuito – fanno notare al ministero – ma i rimborsi spesa per le trasferte sono a carico dell’amministrazione centrale”. Sul punto – che è stato poi l’ingranaggio su cui si è avvitata l’operazione dandole carattere di necessità – regna una certa approssimazione: ancora giovedì sera, a lista ormai definita, né il capo di Gabinetto né l’addetto stampa del ministro, contattati in serata, hanno saputo riferire un qualsiasi dato sui costi effettivi del vecchio Consiglio. Si sono limitati a ipotizzare che la riduzione del 25% dei consiglieri avrà pari riflesso sul bilancio del Ministero. Ma rispetto a quali costi, resta un insondabile mistero.

L’altro argomento forte è che la riduzione darebbe una maggiore agilità alle cinque sezioni che, perdendo due membri ciascuna, “potranno essere convocate più agevolmente, elaborare e deliberare pareri senza ritardi, come avvenuto invece con la vicenda Avastin-Lucentis, per la quale sono occorsi due mesi prima di avere una risposta ai quesiti posti dal ministro”, dice Chiné. Confermando così, involontariamente, i sospetti sollevati da diversi consiglieri in uscita sui reali motivi dell’azzeramento. “E’ evidente che ha voluto eliminare i consiglieri meno allineati per ridurre l’organismo a una piccola corte adorante a mezzo servizio. La Lorenzin si è fatto il suo consiglio”, ragiona qualcuno degli “ex”, ipotizzando  una spiegazione meno benevola al repentino giro di poltrone. In effetti la questione è assai delicata: il Consiglio Superiore di Sanità è un pilastro del sistema sanitario, esercita una capacità d’influenza sugli indirizzi di salute pubblica e – di riflesso – su quei 110 miliardi euro di spesa sanitaria che valgono dal 6 all’8% del Pil. E’ poi l’ultimo organo tecnico-consultivo indipendente dal governo, con compiti di controllo sullo stesso Ministero. Per questo ogni intervento è guardato con attenzione, se non con sospetto.

Per capire se con ragione toccherà allora sapere qualcosa di più dei profili, delle relazioni e delle aderenze di ciascuno dei consiglieri. Impresa in cui si cimenteranno però in pochi. Nei prossimi giorni, molto probabilmente, l’attenzione sarà catalizzata da alcune scelte di metodo (più che di merito) che sembrano studiate a tavolino per legittimare l’operazione come una ventata di novità, e dunque necessaria. Su tutte la parità di genere, perfetta per fare “titolo”, che la Lorenzin  rivendicherà come cifra distintiva del nuovo Consiglio. Ed è vero: si passa da 3 donne su 40 uomini a un consiglio in cui quasi la metà sono donne. E nessuno ricorderà più che sia il primo che il secondo, infondo, sono figli dello stesso ministro. Convertito, con un anno di ritardo, alle quote rosa.

Altra motivazione addotta era “evitare doppioni” a scapito di specializzazioni non rappresentate. Anche qui, a ben vedere, l’esito si dimostra poco coerente con la premessa: quattro consiglieri sono tutti riferibili all’area pediatrica mentre delle nuove specializzazioni si ha traccia nella sola figura del consigliere giuridico, che prima non c’era. Sempre in tema di efficienza, nell’elenco compare un nome di grande prestigio nella comunità scientifica internazionale. Antonio Colombo, primario di cardiologia che fa la spola tra Milano (San Raffaele) e New York, dove insegna medicina in due istituti. Difficile pensare possa imprimere efficienza da latitudini tanto distanti. E se dalla Grande Mela dovrà arrivare a Roma per una riunione, chi pagherà il biglietto? Come spiegare che solo quel volo si mangerà buona parte dei famosi (e ignoti) risparmi?

Innegabile, infine, una certa “tutela” delle università romane, con quasi un terzo delle nomine che non escono dal perimetro della Capitale. “Dietro a queste scelte si intravvede la mano di un ex dirigente regionale di partito”, accusa chi segue da sempre i lavori del CSS. “Il nuovo Consiglio sembra una succursale della commissione Lazio, ma così si indebolisce il criterio della rappresentanza territoriale di un organismo che per legge è nazionale. Alla fine un terzo dei nuovi membri risiede e lavora dentro il raccordo anulare”. Comunque sia è fatta, e già si parla dei prossimi avvicendamenti. Un dato però inizia a emergere: il processo solitario di ridefinizione dei vertiti della Sanità e gli spazi di manovra che la Lorenzin si sta prendendo nel ridisegnarla sono ormai tali da destare preoccupazione anche in Parlamento. La Commissione Affari Sociali della Camera, infatti, ha avviato un’indagine conoscitiva in merito alla riforma degli altri enti (ISS, Agenas e Aifa) che già si intravvedono all’orizzonte.