Uno dei luoghi comuni che riguarda i compositori contemporanei è quello di essere meno geniali dei grandissimi autori del passato. A tutti noi è capitato, anche in una conversazione tra amici, ascoltare frasi del tipo: “Non nascono più i geni di una volta; non avremo mai un nuovo Beethoven; non si scrive più la musica di un tempo”. È innegabile che queste osservazioni ci sembrino allo stesso tempo ingiuste ma, paradossalmente, difficili da contestare per delle ragioni che provo ad enunciare.

1- Gli attuali musicisti godono di preparazioni musicali molto più estese e complete di quanto non fosse permesso alla maggior parte dei compositori del passato. I moderni conservatori, è noto, hanno forgiato fino ad anni recenti, musicisti ottimamente preparati. Perché dunque questa genialità sarebbe latitante? Occorre forse dare per vero l’adagio che è la necessità ad aguzzare l’ingegno?

2- C’è in atto – come ricordo di aver letto qualche anno fa in un libro di un sociobiologo americano – una sorta di mutazione evolutiva?

Provo a riflettere: i corsi di composizione sono oggigiorno rigorosi, difficilissimi ed insegnano a comporre proprio attraverso l’uso delle tecniche dei grandi maestri del passato. Conoscere bene dal punto di vista della scrittura musicale, Bach, Mozart, Beethoven, Mahler, Wagner, avrebbe dovuto consentire ai posteri di andare oltre. Molti musicologi però, dicono che così non è stato. Alcuni anzi, come Roman Vlad, si sono sentiti sull’orlo dell’abisso.

In termini di filosofia della musica, la questione è complessissima, basta accedere ad una qualsiasi storia della musica, per rendersi conto di quanto divergenti siano le opinioni in merito. Ora, pur nel massimo rispetto di questi importanti studiosi, mi pare che ad ogni discussione su questo argomento manchi una considerazione che le storie delle altre arti (pittura, scultura, teatro, cinema, architettura) si guardano bene dal trascurare. È il problema che in termini dotti, viene definito come sociologia dell’arte. I sociologi dell’arte (possiamo ricordare Arnold Hauser con la sua monumentale Sozialgeschichte der Kunst und Literatur, o la Janet Wolff con il suo succinto ma efficace The Sociological Production of Art) non trascurano mai il problema della committenza. Per questi studiosi, è nella qualità della committenza che si riassume la cultura di un’epoca e dunque la condizione di possibilità di quella precisa opera d’arte e non di un’altra.

Confesso immediatamente che trovo questa tesi la più convincente per spiegare il perché e il per come di epoche culturali, di creazioni artistiche e dunque della creazione di capolavori.

La maggior parte delle persone, anche colte commette l’errore di credere nel lavorio solitario e geniale dell’artista, come se questi vivesse in una torre d’avorio, lontano da ogni necessità materiale e culturale della propria epoca. Così non è. Se da un lato occorre del genio per partorire la Nona, la Tetralogia, Il Flauto Magico o Il canto della Notte, dall’altro lato, è inevitabile che prima e dopo, vi sia una committenza e un pubblico. Per fare l’esempio più eclatante, è possibile pensare l’esistenza delle sinfonie di Beethoven senza raffinati committenti e senza le ventimila persone che pare abbiano seguito il suo feretro? Il treno che, portando le spoglie di Wagner da Venezia a Bayreuth non incontra stazione in cui non ci sia un pubblico in lutto, si spiega solo con la grandezza del genio wagneriano o questo è anche debitore ad un Ludovico II di Baviera ed al suo raffinatissimo entourage? Pare che al settantesimo compleanno del grande Haydn, ad occupare la platea del teatro dove Franz Joseph veniva festeggiato, ci fosse il “popolino” ad attenderlo, mentre le parti alte del teatro erano occupate da nobili e aristocratici che nutrivano una vera e propria venerazione per l’autore della Creazione.

Scorrendo la storia della musica e leggendo alcune considerazioni dei filosofi, mi chiedo quale sia la parte di responsabilità nella totale mancanza di committenza di musica d’arte da parte della società stessa nel suo complesso. Il fatto che la comunità economica europea abbia deciso di darsi come inno, il grande Ludwig, è in un certo senso emblematico. In tempi passati, si sarebbe forse bandito un concorso; i grandi musicisti si sarebbero cimentati per un progetto eticamente, moralmente e culturalmente alto. Genialità dei musicisti a parte, cosa ci si può attendere da un mondo in cui sono i pastifici a commissionare delle musiche. O, come lamentava Claude Lévi-Strauss, in un saggio magistrale, le municipalità hanno la tendenza a proporre sullo stesso piano uno spettacolo di canzonette e la Nona di Beethoven.

Mi pare, scorrendo la storia della musica fino a tempi recenti, che la musica d’arte abbia quasi sempre vissuto di grandi committenze e, in misura minore, dell’ispirazione dei compositori. La quale è del tutto evidentemente condizione necessaria ma non sufficiente. È legittimo dunque chiedersi oggi, quali potrebbero essere i grandi committenti che avvertissero il dovere etico e culturale di richiedere una musica dalle aspirazioni “alte”.

Parlando alcuni giorni fa di questo problema con un importante sociologo, questi mi ricordava come per lo meno da un trentennio a questa parte, classi ricche e classi colte non coincidevano più. Da qui, un problema enorme…si sperava che il cinema avesse potuto assolvere ad una funzione di questo tipo, ma occorre riconoscere che i contributi di Eisler, Weil, Vaughan Williams, per limitarci a tre nomi, non rappresentino proprio le loro cose migliori (diverso è il caso di Arvo Pärt la cui musica, se non vado errato, non è stata commissionata ma utilizzata a posteriori).

Personalmente non ho soluzioni ad un problema del genere, ma, è questione di logica respingere l’idea che un numero così alto di musicisti oggi a disposizione all’interno di una società, sia interamente privo di talento e genialità. Credo che il problema esista, e se lo si ritiene fondato, occorre riconoscere che c’è molto su cui flettere, molto da pensare, molto da fare.