Sì alle ricerche di depositi di petrolio e gas naturale nell’Oceano Atlantico. Lo ha deciso l’amministrazione di Barack Obama, con una mossa che rappresenta una vittoria per gli interessi delle grandi industrie petrolifere. Obama già nel 2010 aveva annunciato il via libera ai test, ma il disastro della piattaforma Deepwater Horizon della British Petroleum, con 11 morti e 4 miliardi di barili di petrolio versati nel Golfo del Messico, aveva bloccato la decisione. Ora esultano le compagnie petrolifere mentre esprimono una decisa opposizione i gruppi ambientalisti, secondo cui i test mettono a rischio decine di specie animali e il delicato equilibrio della vita nell’Oceano. Secondo queste organizzazioni, Obama si sarebbe “inginocchiato agli interessi di Big Oil”.

Per la lobby petrolifera “280mila nuovi posti e 24 miliardi di entrate” – La moratoria sulle trivellazioni nell’Atlantico, imposta a partire dall’inizio degli anni Ottanta, scade nel 2017. Da tempo l’industria petrolifera, facendo leva sul fabbisogno energetico degli americani e sugli aumentati costi, cerca di convincere l’amministrazione a riaprire le esplorazioni in un’area che va dal Delaware alla Florida (sull’esempio di quanto già avviene al largo delle coste dell’Alaska e nelle acque del Golfo del Messico). Un rapporto dell’“American Petroleum Institute”, un gruppo di lobbying con base a Washington, ha calcolato che la trivellazione nell’Oceano Atlantico potrebbe creare 280mila nuovi posti di lavoro e contribuire all’economia americana con entrate pari a 24 miliardi di dollari ogni anno. Quasi 5 miliardi di barili, secondo i lobbisti dell’industria petrolifera, sarebbero in attesa di essere estratti nella costa atlantica americana. Sebbene le cifre non possano essere confermate in modo indipendente, l’amministrazione Usa ha alla fine deciso di aprire l’Atlantico ai test, che dovrebbero fornire una mappa dei siti potenzialmente ricchi di combustibili fossili. Per attutire l’eco della notizia, e delle possibili polemiche, il Dipartimento agli Interni ha comunque precisato di voler rispettare “standard di sicurezza che mitighino i rischi alla vita nell’Oceano”. I “test sismici”, come vengono chiamati, si svolgeranno mediante dispositivi in grado di far esplodere enormi onde sonore nelle profondità marine.

Gruppi animalisti in rivolta: “Impatto terribile su mammiferi marini e pesci” – Secondo il dipartimento “si tratta di un approccio equilibrato in grado di comprendere le potenziali risorse al largo delle coste, proteggendo al tempo stesso gli ambienti umani, marini e costieri”. Ma è proprio questo “approccio equilibrato” che molti gruppi per i diritti degli animali, e di tutela del territorio, mettono in discussione. “Si tratta di un assalto in grande stile al nostro oceano, con un impatto terribile sui mammiferi marini e sui pesci”, ha commentato Michael Jasny, direttore del Marine Mammal Project. “Migliaia di delfini e balene potrebbero essere danneggiati irreparabilmente”, aggiungono i ricercatori del gruppo ambientalista Oceana. E’ stato infatti rilevato che le onde sonore fatte detonare nell’Oceano hanno una potenza 100mila volte superiore a quella del motore di un jet. Tra le specie danneggiate, oltre a balene e delfini, che potrebbero risentire degli effetti delle esplosioni anche a 100 miglia di distanza, ci sono le tartarughe marine; gli scoppi potrebbero avere effetti devastanti anche su uova e larve di centinaia di altre creature marine. Il Dipartimento agli Interni continua ad assicurare che verranno prese una serie di misure per “mitigare gli effetti negativi” dei test. Per esempio, saranno imposti limiti alle ricerche durante il periodo di migrazione delle balene e nidificazione delle tartarughe. E comunque, spiegano al Dipartimento, gli animali “possono allontanarsi dalle aree oggetto dei test”.

“Test e trivellazioni contribuiscono a peggiorare il cambiamento climatico” – Gli ambientalisti rispondono che sono almeno 138mila i mammiferi marini che verrebbero danneggiati, e anche uccisi, dai test. Tra gli animali a rischio ci sono almeno nove specie considerate “in via d’estinzione” dalle stesse autorità del governo americano. “L’amministrazione dovrebbe lavorare per proteggere le balene e la nostra industria della pesca in difficoltà, non aiutare l’industria petrolifera a moltiplicare i profitti a detrimento degli oceani”, ha detto il democratico del Massachussetts Edward Markey, che da tempo si oppone alle trivellazioni off-shore. La decisione promette anche di allargare le critiche dei movimenti ambientalisti nei confronti di Barack Obama, che durante la sua presidenza ha aumentato gli investimenti nel settore delle rinnovabili ma non ha messo fine ad operazioni rischiose per l’ambiente come il fracking e le trivellazioni marine. I test e poi le trivellazioni nell’Atlantico, fa notare Michael Jasny, porteranno ad accelerare lo sviluppo dei combustibili fossili che esacerbano i cambiamenti climatici”.