La questione rifiuti a Roma è tornata di attualità. Di pattume, in questo paese, si parla unicamente quando i sacchetti coprono le strade. E’ un vizio italico, nella civiltà dell’immagine, della visione come strumento di saperi, assistiamo a queste ondate di indignazione a comando senza capire origini, ragioni, responsabilità profonde. Così il conduttore di Porta a Porta Bruno Vespa, con un tweet, ha denunciato l’immondezzaio capitolino, il sindaco Ignazio Marino ha risposto, i giornali hanno titolato. Un bel quadretto: il polverone, la difesa e il racconto della polemica. Fine delle trasmissioni. 

 

E’ disperante e, a tratti, anche ridicolo questo modo di occuparsi dell’affare rifiuti solidi urbani. Lo è Stato quando toccava a Napoli. Ricordo i titoli dei tg, dei giornali, i pensatori di ogni credo, tranne rare eccezioni, celebrare il miracolo firmato BerlusconiBertolaso. Quando scrissi La Peste, uscito nel 2010, durante la preparazione del libro mi veniva posta sempre la stessa domanda: ma scusa di cosa scrivi, i rifiuti in strada non ci sono più? Lo bollai come il miracolo finto, fittizio, un pacco. I rifiuti erano stati ammassati in una discarica aperta a Chiaiano, gestita da ditte legate ai clan e da imprenditori senza scrupoli. All’epoca era difficile sostenerlo, in televisione gli uomini di governo ammonivano: scegliete! O con lo stato o con la camorra? E’ finita con lo Stato piegato ai criminali.

Così quando il buco si riempì le strade tornarono invase, il miracolo era svanito, i rifiuti coprirono anche le voci, le articolesse, i cantori degli eroi a tempo. Così per analizzare le politiche sui rifiuti servono pochi dati e partire da un assunto. Se la gestione è affidata a logiche emergenziali, a commissari incapaci, si polverizzeranno soldi e tempo utile per mettere in piedi un modello efficiente, le famose R (riduzione, riuso, riciclo) che l’Europa (riferimento per i nostri politici solo per i tagli al welfare) indica da anni. E a Roma? Due anni e mezzo fa firmavo, con due colleghi, Roma come Napoli. Partimmo da lontano per capire le ragioni di una crisi profonda nella gestione del pattume della capitale. I rifiuti non coprivano le strade, ma con quell’inchiesta ponemmo questioni prima che i sacchetti invadessero i marciapiedi. Nulla di meritorio, solo il nostro lavoro di cronisti. Per noi era già crisi. Come vuoi chiamare una città che, per oltre 25 anni, ha portato in discarica rifiuti tal quale senza alcun trattamento?

Negli ultimi anni, una pratica vietata dalla comunità europea che ha aperto anche una procedura di infrazione contro l’Italia. In quell’occasione non ci sono stati cinguettii, prese di posizione, programmi di approfondimento tranne rarissime eccezioni. Mentre si guardava Napoli come terra di nessuno, Roma, i romani inviavano il loro pattume nell’enorme buca di Malagrotta, di proprietà di Manlio Cerroni, poi finito ai domiciliari e oggi sotto processo. Per quel pattume nessun trattamento. Una pratica indegna di una capitale, ma che ha lasciato solo indifferenza. Senza costruire consapevolezza la gestione dei rifiuti resterà un problema con enorme lucro di potentati politici, imprenditori e professionisti. E ancora. Non era già critica la pratica di portare quel poco di umido, gli scarti alimentari, fuori regione perché Roma non si era dotata di un impianto di compostaggio, e quello esistente era sottodimensionato? Non era meritevole di attenzione la situazione di Ama, la grande azienda dei rifiuti romana, attraversata da veri e propri interessi famelici e spartizioni, saccheggiata e indebitata? Non era già il racconto di un disastro una gestione commissariale andata avanti per oltre un decennio? Una raccolta differenziata lontanissima dal 65% fissato per legge?

Non era da approfondire la gestione Ama, firmata Franco Panzironi (oggi a processo per abuso d’ufficio), uomo di AlemannoLe assunzioni a pioggia, la parentopoli, i quadri entrati, nel 2008, con stipendi da 90 mila euro senza competenze mortificando merito e bruciando soldi pubblici e, oggi, ancora in Ama? In questo paese abbiamo rischiato di aprire una discarica a 700 metri dalla zona di protezione della Villa di Adriano, patrimonio dell’Unesco. Per quella scelta, poi bocciata, il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro rassegnò le dimissioni da commissario. Al suo posto arrivò Goffredo Sottile, la cui competenza in materia e l’orizzonte che prefigurava è riassumibile in questa intervista. 

Ho sempre pensato la mia terra, la Campania, come un centro di sperimentazione, non solo del saccheggio ambientale, ma anche del modello commissariale a perdere, utile ai partiti per salvarsi la coscienza, utile ai professionisti ingaggiati con lauti stipendi, utile ai commissari in versione eroi per un giorno. Non dimenticherò facilmente che il percolato, liquido inquinante prodotto dalla decomposizione del pattume umido, finiva a mare con l’assenso della struttura commissariale, il processo per accertare responsabilità è stato trasferito a Roma, aspettiamo si celebri. Sollecitazioni che sono diventate anche un monologo teatrale, in scena Urbano Barberini, al pianoforte Danilo Rea. Non potevo esimermi dal fissare un paradigma: quello della memoria in cenere. Perché prima della villa di Adriano minacciata dall’invasore io avevo visto stuprato il parco nazionale del Vesuvio, il parco delle colline, l’oro di Napoli e della mia terra in nome dell’emergenza e dell’ultimo salvatore. E soprattutto si deve partire da una consapevolezza: per quelle nefandezze, al momento, non ha pagato nessuno. Nessuno. Potrei continuare, ma questa vale solo come riflessione.

Dovremmo ridiscutere di modelli di consumo, dei padroni dei sacchetti, veri speculatori del grande affare spazzatura, di come interrompere il rapporto incestuoso tra partiti e impresa per immaginare alterità di modelli, e, inoltre, ragionare sull’altro immenso affare dei rifiuti speciali, ma è roba complessa. Piuttosto lancio un tweet per vedere l’effetto che fa.