Anche solo per orgoglio residuo e prossimo a decesso definitivo, quel che resta del sindaco Marino dovrebbe ribellarsi alla facile gogna che Bruno Vespa ha inteso innalzargli sulla pubblica piazza perché la testa del chirurgo-primo cittadino possa rotolare tra i cittadini romani con un grande “ohhhhhhhhhh” di sorpresa e generale soddisfazione. L’uomo che ha esercitato il peggior giornalismo a cavallo dei due secoli, oggi s’impanca a crudele esecutore testamentario in nome e per conto della Città Eterna e senza neppure l’onore e il peso d’essere romano sino al midollo, giacché l’anagrafe recita: “Nato a L’Aquila, 27 maggio 1944” ma poi, certo, a Roma da una vita e dunque come tutti i “foresti” che sul Tevere si sono formati, titolato a dire la sua sullo stato della Capitale.

Per farlo, non si è limitato a fotografare qualche cassonetto tracimante sull’Ostiense come ha fatto in modo anche un po’ banale quell’archistar del Fuksas. No. Il nostro Bruno è volato altissimo, sino a San Pietroburgo, che ha visto pinta e linda come un germoglio nonostante i cinque milioni di cittadini che la popolano, il tutto messo in parallelo con lo stato di Roma e riassunto in un “amabile” tweet con destinazione Marino, il quale invece che mettere giù la testa e pestare sui pedali, gli ha chiesto uno speciale di Porta a Porta per dire la sua.

Mamma mia, che livello anche il sindaco! Fa più impressione, semmai, che uomini di lettere, musici, e varia altra gente interessata a una certa decenza umana si sia riunita sotto l’ombrello di Minima & Moralia, il blog di Minimum Fax e abbia chiesto al sindaco un nuovo custode della Cultura cittadina, dopo il passaggio su questa terra dell’assessore più impalpabile della storia, cioè la signora Barca. E che il sindaco Marino si sia preso l’interim non rassicura, ma desta ancor più preoccupazione. Ma insomma, si tratta sempre della credibilità di chi denuncia. E che debba essere Bruno Vespa a rappresentare “L’inverno del nostro scontento”, questo produce immediatamente una reazione eguale e contraria, che non è, cari lettori, mettersi dalla parte di Marino, questo sarebbe davvero impossibile anche per il più temerario dei kamikaze, ma semplicemente avvertire quel senso di fastidio per quelli che credono di poter dettare la linea su tutto.

Senza guardarsi dentro (e indietro). E soprattutto su Roma, che Bruno Vespa ha contribuito grandemente a far diventare così com’è, quel cielo grigio dove tutto si tiene, con quel pensiero più che debole, addirittura curiale, dove non c’è mai una parola definitiva e chiara, ma sempre quel sistema di relazioni che assai raramente coincide con l’interesse dei cittadini. Perché ci ostiniamo a credere che nel corso di questo mezzo secolo democristiano quel rapporto che certo giornalismo ha creduto di tenere con il potere ha poi creato le classi dirigenti che negli anni ci hanno governato. E non vi appaia paranoica o fuori senso la triangolazione cassonetti-potere-degrado cittadino, la mentalità che porta le città ad avere servizi sociali di primo livello si nutre di quella separazione netta, evidente, luminosa tra macchina comunale e gli amici degli amici (basterebbe raccontare la tragedia delle municipalizzate).