È una dei trenta esperti, quasi tutti under 40, reclutati nell’Ufficio del Gabinetto di David Cameron (l’equivalente italiano di Palazzo Chigi). Con un compito importante: riformare il sistema legislativo britannico. Alice Pilia, 35 anni, sposata da nove, è originaria di Ussana in provincia di Cagliari e dal 2004 vive a Londra. Di sé dice: “Non mi sento una cittadina inglese, mi sento una londinese: a Londra – spiega – il 42 per cento delle persone è nata fuori dall’Inghilterra. Qui è un melting pot e io ci sto benissimo”. A novembre 2013 ha parlato a nome del governo britannico in un convegno internazionale sulla trasparenza dei dati pubblici. “Mi chiedono se voglio tornare in Italia, ma mi vogliono? Non mi sembra. Gli italiani all’estero sono una risorsa, per gli scambi commerciali o i progetti di capacity building, ma l’Italia non li sfrutta”.

Nessuno dei nostri politici si è mai accorto di Alice. Eppure lei si era fatta avanti. “L’unica che ha cercato i sardi oltreconfine, compresa me, è stata Michela Murgia. L’ho aiutata a sviluppare il suo piano elettorale nel tempo libero, volontariamente”. Nello specifico, Alice si occupa del programma “Good law”, che mira a semplificare e rendere più comprensibili le leggi britanniche. “Il sistema legislativo qui è particolarmente complesso, ingarbugliato, non si sa neanche quante leggi esistano e quante quelle abrogate – spiega -. Non ci sono i codici come in Italia: è un misto di common law e civil law, 700 anni di legislazione accumulata e leggi medievali ancora in vigore”.

Lei si definisce “un tecnico” e in meno di sei anni ha curato venti progetti. Come la riforma dei patronati pubblici. “Ho dovuto ripensare alle forme di assistenza sociale alla luce dei tagli di austerità”, dice. E poi ha riscritto le linee guida per le partnership non commerciali tra settore pubblico e privato: “Per la prevenzione delle teenager alla gravidanza, per ridurre l’evasione fiscale o aumentare la sicurezza sulle strade, il governo affida un ruolo educativo a una rete di intermediari, come una marca di jeans o un’associazione, a cui il cittadino dà fiducia facendo attenzione che il messaggio non degeneri in propaganda, pressioni psicologiche o sfruttamenti”.

Alice passa metà del suo tempo al Parlamento, suo principale interlocutore. Inizia alle nove del mattino e stacca alle sette della sera. Ha un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio da 46 mila a 60 mila sterline l’anno, “molto meno di quello che prendono i colleghi in Italia”, assicura. Nessuno le dice cosa deve o non deve fare. “Loro mi danno un problema e io sviluppo le soluzioni”. “È stato un caso che io finissi a lavorare per il governo Cameron”, minimizza. “Ho risposto a un annuncio sul Guardian, segnalato da un amico, che offriva un posto per il Cabinet office aperto ai cittadini dell’Unione europea e del Commonwealth”. Lei, che parla l’inglese a livello madrelingua, ci prova. “A maggio 2008 ho inviato il curriculum e dopo due giorni mi hanno richiamato. Ho fatto tre colloqui e una serie di prove, poi mi hanno presa”.

E aggiunge: “Qui sono pragmatici, se produci risultati e hai le competenze giuste, la nazionalità non conta”. Quindi la fortuna nel suo caso c’entra poco. Il traguardo Alice se lo è guadagnato con impegno, tanta fatica, e anni di esperienze ad alti livelli. Prima il collegio del Mondo unito dell’Adriatico, a Trieste: solo 200 posti e studenti selezionati da tutto il mondo. “La mia vicina di banco veniva dal Bhutan. Le materie erano tutte in inglese. Questa scuola mi ha cambiato la vita”. Poi la laurea in Scienze politiche alla Luiss di Roma e un master in Sviluppo economico locale alla London School of Economics. A questo punto la strada è spianata per la carriera. Fulminea.

Nel 2001 lavora per il Glocal forum, organizzazione internazionale che si occupa di sviluppo economico sul territorio, e collabora con la Banca mondiale e l’agenzia delle Nazione unite per gli insediamenti umani. Dal 2003, per cinque anni, fa la consulente per vari sindaci, inclusi quelli di Barcellona e Londra, nei progetti di crescita economica e di promozione della cultura locale. “Non credo di essere un cervello in fuga: non sono scappata – insiste Alice -, sono partita perché esplorare nuove realtà mi sembrava una cosa normale e quasi necessaria per crescere”.

In fin dei conti a lei non dispiacerebbe fare quello che fa per Cameron anche per Renzi. “Un giorno, per curiosità, ho chiesto a un amico che lavora a Palazzo Chigi come fare – spiega -. Ho scoperto che non esiste un percorso di selezione ufficiale. Qui invece è trasparente e pubblico. La nomina non è politica. Ogni ministro può portarsi al massimo due portaborse e noi non possiamo esprimere opinioni politiche”.