Un “inchino” dovuto al vecchio boss del paese. Un rito che torna dal passato remoto e si scontra con la modernità di un Papa che, venuto dalla “fine del mondo”, giusto 15 giorni fa aveva scomunicato tutti i mafiosi. L’intreccio tra mafia e religione riemerge da altri decenni, quasi da un altro secolo, per via di un episodio avvenuto a Tresilico, una frazione di Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria. Un posto che è stato a lungo teatro della guerra tra cosche: qui, per esempio, un giovane dato in pasto ai maiali ancora vivo (per l’esecuzione di una vendetta). 

A Oppido la tradizionale processione della Madonna delle Grazie, con un corteo aperto da sacerdoti e amministratori locali, per mezzo minuto si è fermato sotto la finestra dell’abitazione di Peppe Mazzagatti, l’anziano capobastone della cosca che porta il suo cognome agli arresti domiciliari per motivi di salute. Un vecchio detenuto condannato all’ergastolo per omicidio ed associazione mafiosa, ritenuto uno dei principali protagonisti della faida di ‘ndrangheta degli anni Novanta. Una fermata, quella della “vara” (cioè il carro votivo su cui si trova la statua della Madonna), che non c’entrava niente con la religione. Tanto che, ha raccontato il Quotidiano della Calabria (che per primo ha riferito l’accaduto), il maresciallo dei carabinieri Andrea Marino che comanda la stazione di Oppido Mamertina si è allontanato in segno di dissenso. Una circostanza che il comando provinciale si è affrettato a smentire: “Abbiamo solo fatto video e foto di chi portava la statua e di chi ha dato l’ordine” del cosiddetto “inchino”, spiega il colonnello Lorenzo Falferi. E’ comunque pronta una relazione da spedire alla Direzione distrettuale antimafia. C’è invece chi fa cadere tutte queste prudenze: “In tempi brevi prenderemo tutte le informazioni in modo da avere un quadro completo, sia sui fatti che sulle persone, di quanto è accaduto – ha spiegato il vescovo di Oppido-Palmi, monsignor Francesco Milito – La cosa certa è che prenderemo dei provvedimenti”. Nel frattempo il ministro Angelino Alfano parla di rituali ributtanti, ma il procuratore aggiunto di Reggio Nicola Gratteri gli ricorda la task-force promessa e mai divenuta operativa. A Famiglia Cristiana basta una parola: “Sconcertante”.

Il vescovo: “Riprovevole, prenderemo provvedimenti energici”
Milito non ricorre a mezzi termini. “Ho preso le distanze in modo immediato – spiega in un’intervista a Radio Vaticana - e quindi c’è la più grave riprovazione per quanto successo. Mi sono riproposto di approfondire la cosa, adesso sono in partenza per alcuni impegni pastorali, e quindi prendere poi provvedimenti molto energici una volta che la valutazione di tutti gli elementi sia ancora più completa. Le mie posizioni saranno molto energiche sull’argomento. Saranno tali da far capire che bisogna nel modo più assoluto ricordarsi sempre che non ci possono essere alleanze di alcun genere che siano contro la fede. Questo è un punto fermo, quali che siano le tradizioni ataviche, i collegamenti che possono esserci, le interpretazioni che si possano dare”. A chi gli chiede se ha visto in questi ultimi anni una crescita della coscienza civile in Calabria contro la ‘ndrangheta, mons. Milito replica: “Io noto che c’è, da parte di tanta gente, intanto un rifiuto netto, anche perché qualcuno paga di persona. Si fa opera di educazione delle coscienze; in tante parrocchie su questo punto non si concede un attimo di tregua: in positivo, per favorire la formazione delle coscienze, in negativo per contrastare tutto ciò che potrebbe essere di ostacolo, più di una volta pagando anche in termini economici e finanziari. Quindi, certamente c’è”. “Ma non si può negare -conclude il vescovo di Oppido Mamertina- che attorno e accanto a questa posizione ferma di tante persone, sopravvive ancora, per tanti motivi, questa forma di omertà, di paura, di non avere il coraggio, o di volere comunque imporre stili che, comunque, con la fede nulla hanno a che fare”. 

La Cei: “Si è inchinata la statua, non la Madonna”
La posizione dei vescovi è intransigente, fino ai livelli più alti: “La Madonna non si inchina ai malavitosi – afferma monsignor Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Ionio e segretario generale della Cei - Chi ha fatto fare l’inchino alla Madonna le ha fatto fare un gesto che la Madre di Dio non ha mai fatto. Si è inchinata la statua, non la Madonna”. Galantino sottolinea che “nonostante quello che è successo resta forte l’importanza di quello che Papa Francesco ha detto proprio qui 15 giorni fa. Anzi fa emergere quanto bisogno ci sia di una traduzione in atti delle sue parole in termini di formazione, consapevozza e sensibilizzazione. La lotta a questi fenomeni si fa formando le persone. Una processione è un luogo di incontro di grandi emotività, sempre difficili da controllare e da educare, ma la Chiesa ha il compito di educare dall’interno”. 

La scomunica del Papa di 15 giorni fa
Sono trascorsi solo 15 giorni da quando Papa Francesco, nel corso della messa nella spiana di Sibari, ha scomunicato i mafiosi. Papa Bergoglio, al termine della visita pastorale nella diocesi di Cassano allo Jonio, aveva lanciato la scomunica per i mafiosi e la richiesta di combattere la ‘ndrangheta perché adora i soldi e disprezza il bene. “Quando non si adora il Signore – aveva detto il Papa – si diventa adoratori del male, come lo sono coloro che vivono di malaffare, di violenza, la vostra terra, tanto bella, conosce le conseguenze di questo peccato. La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna dirgli di no. La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi”. “Quelli – aveva concluso – che non sono in questa strada di bene, come i mafiosi, questi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati“. 

Il sindaco: “A noi pare che sia stata ripetuta una gestualità che va avanti da 30 anni”
Più cautela da parte del sindaco di Oppido Mamertina, Domenico Giannetta (lista civica di centrodestra): “Se ci sono stati gesti non consoni noi siamo i primi a prendere le distanze ma ci pare che durante la processione è stata ripetuta una gestualità che va avanti da oltre 30 anni, con la Vara rivolta verso una parte del paese”. Il sindaco precisa che l’amministrazione comunale “si è insediata da un mese. Tutti i componenti dell’amministrazione presenti alla processione era una trentina di metri avanti alla Vara e secondo noi si è ripetuta una gestualità trentennale. Poi c’è da dire che mancavano poche centinaia di metri alla fine della processione e non c’è stato il tempo di renderci conto di quanto accadeva. Domani mattina faremo una conferenza stampa sull’accaduto e successivamente chiederemo un incontro con il prefetto di Reggio Calabria al quale illustreremo il nostro punto di vista”.

Il curriculum di Peppe Mazzagatti
Ha inizio tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli Settanta l’attività di trasporto del cemento su strada avviata da Giuseppe Mazzagatti, di 82 anni, ritenuto il boss dell’omonima cosca di Oppido Mamertina. Agli inizi degli anni Settanta, infatti, Mazzagatti, dopo anni dedicati alla vendita della frutta con un piccolo camion, in supporto perlopiù dell’attività di fruttivendolo del padre, avvia l’attività di trasporto del cemento su strada. L’uomo fu coinvolto anche nell’omicidio di un autotrasportatore con il quale aveva avuto contrasti per il predominio nel settore del trasporto del cemento su strada. Mazzagatti, dopo alcuni anni, riuscì ad acquistare un autocarro e successivamente un autocementiera ed iniziò ad esercitare l’attività in regime di monopolio. Nel 1980 il tribunale di Vibo Valentia condannò Peppe Mazzagatti ed il fratello Carmelo, per il reato di estorsione ai danni degli autotrasportatori di cemento che rifornivano diversi imprenditori della zona. Mazzagatti, infatti, vantando una amicizia con Giacomo Piromalli riuscì ad imporre agli autotrasportatori di astenersi dall’effettuare carichi di cemento destinati ai cantieri per i lavori della strada Rosarno-Gioiosa Jonica, costringendo l’azienda produttrice di cemento a rivolgersi direttamente a lui per la fornitura del materiale. Il presunto boss, condannato all’ergastolo per omicidio ed associazione a delinquere di stampo mafioso, è ritenuto uno dei principali protagonisti della faida tra le cosche della ‘ndrangheta di Oppido degli anni Novanta. Una battaglia sanguinaria che lo ha privato anche del figlio Pasquale, a 33 anni. Nel 2003, dopo una lunga detenzione in carcere, Peppe Mazzagatti ha ottenuto gli arresti domiciliari per motivi di salute e per la sua età.